Saturday, February 23, 2019
 

Pil mensile: Dicembre 2018

febbraio 15th, 2019 by Fuet in Economia italiana / Monthly GDP / PIL mensile

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Si conferma la contrazione dell’attività economica nella
seconda metà del 2018

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Il PIL reale è diminuito dello 0,2% t/t nel 4T 2018 dopo essersi ridotto dello 0,1% t/t nel 3T, entrando di conseguenza in una fase di “recessione tecnica”. Sulla base delle indicazioni fornite dall’Istat, il risultato congiunturale è frutto del contributo negativo della domanda interna (al lordo delle scorte) che ha annullato quello positivo offerto dalle esportazioni nette. La stima aggiornata del PIL reale mensile rispecchia il risultato negativo del 4T 2018 e la debolezza degli ultimi indicatori congiunturali, indicando una flessione dello 0,04% m/m a dicembre (-0,09% a/a). A dicembre la produzione industriale (escluse le costruzioni) si è contratta ulteriormente dello 0,8% m/m, al di sotto delle aspettative, dopo una diminuzione dell’1,7% m/m a novembre. Nell’ambito dei principali raggruppamenti industriali, i risultati sono stati differenziati: i beni di consumo non durevoli hanno registrato il crollo maggiore (-3,3% m/m) seguiti dall’energia (-1,5% m/m) e dai beni di consumo durevoli (-0,8% m/m), mentre i beni intermedi sono cresciuti marginalmente dello 0,1% m/m e quelli di investimento sono rimasti invariati.Tutto ciò, unitamente all’ulteriore peggioramento del clima di fiducia delle imprese nel mese di gennaio (entrambi gli indici PMI del manifatturiero e dei servizi si attestano al di sotto della soglia di espansione), suggerisce che sia improbabile un’espansione dell’attività economica nel 1T 2019.

Dati e commento

Data and comment

 

28 Jan2019

Brexit – no deal?

28 gennaio 2019

Lunedì 28 gennaio presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, nell’ambito del progetto permanente Revitalizing Anaemic Europe, si è tenuto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

“Brexit – no deal?”

Ad aprire i lavori è stato il nostro Presidente Luigi Paganetto, Coordinatore del Gruppo che ha fatto una relazione introduttiva sul tema, a cui sono seguiti gli interventi di Ken O’Flaherty, Vice-Ambasciatore del Regno Unito in Italia; Pierluigi D’Elia, Presidenza del Consiglio dei Ministri; Andrea Montanino, Confindustria; Paolo Guerrieri, Sapienza Università di Roma; Ferdinando Nelli Feroci, IAI e Giandomenico Magliano, già Ambasciatore d’Italia in Francia.

Programma

Temi discussi nel corso dell’incontro

undefined Brexit-no deal: quali implicazioni?
Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

undefined Brexit: quali le possibilità ancora sul tavolo?
Andrea Montanino – Direttore Centro Studi Confindustria

 

Intervento Rai1

febbraio 27th, 2017 by Fuet in Economia / Press & Media

Luigi Paganetto è intervenuto nella puntata del 24 Febbraio di “Unomattina”,programma di Rai 1 condotto da Francesca Fialdini e Franco Di Mare, per commentare i dati dell’osservatorio sul precariato pubblicati dall’Inps.

Per rivedere la trasmissione, clicca qui

 

15 Mar2017

Non è l’euro il problema dell’Europa (e dell’Italia) | 15 marzo 2017

Mercoledì 15 marzo 2017 – h 15.00
Spazio Europa – Via IV Novembre, 149 – Roma

Il prossimo 25 marzo saranno celebrati a Roma i 60 anni dell’Unione Europea. In vista di questa importante occasione la Fondazione Economia Tor Vergata organizza quest’incontro in cui verranno presentati una serie di contributi che sono il prodotto dell’attività del Gruppo dei 20 per il progetto “Revitalizing Anaemic Europe”. Il progetto ha riunito intorno ai temi europei un gruppo di accademici ed esperti, che hanno prodotto nel corso del tempo una serie d’idee e contributi che sono raccolti nel volume “Unione Europea. 60 anni e un bivio”, che verrà presentato e discusso nel corso dell’incontro. L’iniziativa, nel prendere spunto dall’occasione celebrativa, nel momento in cui la UE si trova ad un bivio tra crisi e rilancio, prospetta idee e proposte dirette a contribuire ad una visione dell’Unione europea capace di reagire al montante euroscetticismo che tende a dominare oggi la scena.

Per vedere le altre foto dell’incontro, cliccare qui
Per scaricare la locandina, cliccare qui

 

22 Mar2017

Reagire all’euroscetticismo e rimettere l’Europa in cammino | 22 marzo 2017

Mercoledì  22 marzo 2017 – h 14.30

Istituto Sturzo – Sala Perin del Vaga – Via delle Coppelle, 35 – Roma


Per vedere le altre foto dell’incontro, cliccare qui
Per scaricare la locandina, cliccare qui

 

Secondo Rapporto “Gruppo dei 20″
Revitalizing Anaemic Europe

aprile 3rd, 2017 by Fuet in Books / Economia europea / Publications

Unione Europea. 60 anni e un bivio

AA. VV. – A cura di Luigi Paganetto
Eurilink University Press – Febbraio 2017

Contributi di: Massimo Bagarani, Michele Bagella, Gloria Bartoli, Salvatore Biasco, Luigi Bonatti, Rocco Cangelosi, Marcello Clarich, Lorenzo Codogno, Giampaolo Galli, Franco Gallo, Adriano Giannola, Paolo Guerrieri, Martino Lo Cascio, Alfredo Macchiati, Rainer Masera, Maurizio Melani, Alessandro Minuto Rizzo, Luigi Paganetto, Roberto Pasca Di Magliano, Alberto Pera, Riccardo Perissich, Pasquale Lucio Scandizzo, Giovanni Tria, Salvatore Zecchini

Il Rapporto, realizzato dalla Fondazione Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata” con il contributo  di autorevoli studiosi ed esperti intende mettere in discussione, a 60 anni dai Trattati europei, il pessimismo diffuso e riaffermare la validità della scelta europea e di quella dell’euro. Le idee espresse sono il frutto di un’intensa serie di incontri nei quali gli Autori, pur in una visione non unitaria, hanno una comune convinzione, quella dell’esigenza ed importanza di mantenere in essere e far crescere la costruzione europea, con l’interrogativo di come si possa “Rivitalizzare”, piuttosto che abbandonare, l’impresa europea.

Un’Europa più leggera ma più incisiva: Riscoprire la Sussidiarietà
di Luigi Paganetto

 

8 May2017

Globalization, inclusion and sustainability in a global century – G7 International Forum | maggio 2017

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Globalization, Inclusion and Sustainability
in a global century

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G7 International Forum
Under the auspices of the Italian G7 Presidency


Roma, 8 maggio 2017 – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
Roma, 9 maggio 2017 – Link Campus University

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La Fondazione Economia Tor Vergata e la Fondazione Link Campus University, sotto l’auspicio della Presidenza Italiana del G7, hanno organizzato un Forum Internazionale sul tema “Globalization, inclusion and sustainability in a global century”.
La prima giornata si è tenuta presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Sala delle Conferenze Internazionali mentre la giornata successiva è stata ospitata dalla Link Campus University di Roma.
Dopo gli interventi introduttivi del Sottosegretario Benedetto Della Vedova, dell’Ambasciatore Massimo Gaiani, di Vincenzo Scotti, Fondazione Link Campus University e di Luigi Paganetto, Fondazione Economia Tor Vergata, si sono svolti i lavori – secondo la Chatham House rule – articolati in tre sessioni.

G7 and Globalization between Development and Inequalities
Introductory speech di Luigi Paganetto

Alle relazioni introduttive delle tre sessioni sono seguiti gli interventi di autorevoli accademici ed esperti provenienti dai Paesi del G7 e dal resto del mondo. L’idea che ha guidato la conferenzaè stata quella di portare la necessaria attenzione oltre che alle idee e proposte dei paesi più avanzati e di maggior rilievo, anche a quelli che non trovano ascolto durante gli incontri del G7 e del G20. Sono stati presenti rappresentanti di Arabia Saudita, Argentina, Azerbaijan, Brasile, Croazia, Egitto, Marocco, Russia, Stato della Città del Vaticano oltre ovviamente a quelli provenienti dai paesi del G7/G20.

Scarica il Programma

 

Intervista su Rai News 24 – 9 maggio 2017

maggio 12th, 2017 by Fuet in Economia globale / Press & Media

Il Prof. Luigi Paganetto ospite di Economia24, la rubrica sui temi dell’economia e della finanza in onda su RaiNews 24. Numerosi i temi al centro dell’intervista: dal G7, alla glolbalizzazione, ai consumi, fino alle scelte protezionistiche dell’amministrazione Trump e l’evoluzione futura del mercato del lavoro.

Guarda il video

 

11 May2017

Il Documento di Economia e Finanza e la Manovra Finanziaria – maggio 2017

Nell’ambito del progetto permanente Revitalizing Anaemic Europe giovedì 11 maggio a Roma presso la SNA – Sala della Biblioteca, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″, il tema al centro del dibattitto:

Il Documento di Economia e Finanza e La Manovra Finanziaria 2017



Dopo l’introduzione del nostro Presidente Luigi Paganetto, sono seguiti gli interventi di Carlo Cottarelli, Fondo Monetario Internazionale; Paolo Guerrieri, Università Sapienza di Roma; Lorenzo Codogno, London School of Economics and Political Science; Riccardo Barbieri Hermitte, Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Materiali scaricabili:
Italy: Beyond the point of no return or surprisingly resilient? Public Finances and the Economic and Financial Document - L. Codogno

Il quadro economico e finanziario DEF 2017 e futura Legge di Bilancio - R. Barbieri H.

 

4 Jul2017

Politiche Europee. Dopo il G7 e aspettando il G20 | 4 luglio 2017

Martedì 4 luglio a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, si è svolta una giornata di studi su “Politiche Europee. Dopo il G7 e aspettando il G20“, organizzata dalla SNA e dalla nostra Fondazione nell’ambito del progetto permanente Revitalizing Anaemic Europe – Gruppo dei 20 e del Diploma in Management pubblico europeo e politiche economiche.


Ad aprire i lavori è stato Stefano Battini, Presidente SNA, a seguire la relazione introduttiva di Luigi Paganetto, Presidente della Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA, e gli interventi di Beniamino Quintieri, Presidente SACE; Ferdinando Nelli Feroci, Presidente Istituto Affari Internazionali; Paolo GuerrieriSenatore della Repubblica e Docente Università “La Sapienza” Roma; Maurizio Melani,Docente Link Campus University; Pasquale Lucio Scandizzo, Fondazione Economia Tor Vergata; Vincenzo Scotti, Presidente Link Campus University. Le conclusioni sono state affidate a Massimo Gaiani, Direttore Generale per la Mondializzazione e le Questioni Globali – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

undefinedProgramma
undefinedLuigi Paganetto: Le Politiche Europee. Protezionismo, Flussi migratori e Clima nel G20

 

Sustainable Growth in the EU Challenges and Solutions

giugno 9th, 2017 by Fuet in Books / Economia / Economia europea / Economia globale

Editors: Paganetto, Luigi (Ed.)

Springer

This book explores the diverse challenges facing the EU and in particular examines the impediments to financial stability and sustainable growth and how these can be overcome. Among the topics explored are the extent to which monetary union has favored real convergence, competitive imbalances in the eurozone, and the impacts of austerity measures. Potential solutions are closely scrutinized, highlighting the need for linked fiscal, monetary, credit, and investment choices. Opportunities for public and private investment in infrastructure, human capital, the environment, and innovation are emphasized, as is the role of fiscal stimulus targeting aggregate demand and output. Detailed attention is paid to the importance of coordination of macroeconomic policies and the scope for reforms in EMU design and EU governance. In this context, the proposals in the recent Five Presidents’ Report are assessed, along with other ideas regarding progressive steps aimed at closer economic, financial, and political union in the medium to long term. Readers will also find separate scrutiny of the Greek crisis and the effectiveness of the third economic adjustment programme. The book comprises a selection of contributions presented at the XXVIII Villa Mondragone International Economic Seminar.

 

20 Jul2017

Un’Europa in ripresa, un paese che zoppica. Concorrenza, banche, industria | 20 luglio 2017

Giovedì 20 luglio a Roma presso l’Aula Magna della SNA – Scuola Nazionale dell’Amministrazione , si è tenuto l’incontro conclusivo, prima della pausa estiva, del Gruppo dei 20 nell’ambito del progetto permanente “Revitalizing Anaemic Europe”, tema del meeting:“Un’Europa in ripresa, un Paese che zoppica. Concorrenza, Banche, Industria”

I lavori sono stati aperti dal nostro Presidente Luigi Paganetto che ha fatto una panoramica generale su “Politiche Macroeconomiche e Crescita nell’Eurozona”, sono seguiti gli interventi di: Patrizio Bianchi, Regione Emilia Romagna; Paolo Guerrieri, Sapienza Università di Roma; Massimo Mucchetti, Senato della Repubblica; Alberto Pera, Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners; Salvatore Zecchini, Steering Group su SME e Imprenditorialità – OCSE.

Sintesi dei temi discussi nel corso dell’incontro


Luigi Paganetto- Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

Le Politiche Macroeconomiche e la Crescita
Nel dibattito corrente tende a prevalere l’idea che tutto si riduca, nelle policy da adottare, alla scelta delle politiche macroeconomiche nazionali ed europee ed alle regole EU sulle politiche fiscali. In realtà viviamo una fase di straordinario cambiamento, in cui i driver dello sviluppo teconologico e la globalizzazione producono una grande ricollocazione competitiva delle economie. I movimenti migratori rendono ancora più complesso il quadro. La crisi di parti importanti del manifatturiero, come effetto della globalizzazione, si accompagna a una disoccupazione in cui dominano fenomeni di polarizzazione degli skills. In questo contesto sia le politiche macroeconomiche che le modifiche alle regole europee sul deficit non sono sufficienti ad assicurare la crescita. Ciò vale per tutta l’eurozona ma, in particolare, per il nostro Paese.

Crescita e Divari nell’Eurozona
Dal 2000 ad oggi il Pil di Spagna, Germania e Francia è cresciuto rispettivamente del 27,21 e 20%. Quello del nostro paese è rimasto invariato. Tra il 1995 e il 2016 il tasso di crescita del nostro Pil è risultato in media dello 0.5 %, contro 1.5 di Francia, 1.3 Germania, 2.1 Spagna. La produttività del lavoro è cresciuta assai meno in Italia che in questi paesi. La TFP è cresciuta negli ultimi 20 anni di 0.2% annuo contro 0.8 di Francia e Germania e 1.5 di Usa e UK. L’investimento fisso lordo è inferiore di un quarto a quello del 2007 e al netto degli ammortamenti è ancora negativo undefined Scarica la Presentazione completa con i grafici

undefinedL’organizzazione dell’industria: come è cambiata la relazione fra estensione del mercato e struttura industriale
Patrizio Bianchi – Regione Emilia Romagna

undefinedServono politiche nuove per accompagnare processi di apertura e innovazione dei paesi
Paolo Guerrieri – Sapienza Università di Roma

undefinedLa politica della concorrenza e i salvataggi bancari
Massimo Mucchetti – Senato della Repubblica

undefined I processi di aggiustamento delle economie indotti dalla globalizzazione drammatizzano le scelte di politica per l’economia
Alberto Pera – Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners

undefinedInnovazione: una sfida per la Crescita
Salvatore Zecchini – Steering Group su SME e Imprenditorialità, OCSE

 

[ENR GP BBL] Evaluating Green Bonds | Tuesday, 1 August 2017 | 12:30 – 2:00pm | Room: I 5-040

luglio 27th, 2017 by Fuet in Economia globale

Tuesday, 1 August 2017 | 12:30 – 2:00pm | I 5-040

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Meeting password: PMwkH85s
Meeting number: 736 069 261
Toll: 1-650-479-3207

Access code: 736 069 261

Overview:

Green Bonds are technically defined as thematic capital-rising instruments in which the proceeds will be exclusively applied (either by specifying Use of Proceeds, Direct Project Exposure, or Securitization) towards new and existing Green Projects – defined here as projects and activities with positive benefits for climate and environment. As market instruments of global finance, GBs aim to integrate environmental concerns in borrowers’ operations to give ethical as well as mainstream investors access to environment enhancing investment opportunities. Because they are subject to moral hazards from asymmetric information and contract incompleteness, GBs present special needs for ex ante evaluation, transparency and ex post monitoring. This study addresses some of the main questions raised by these needs, with regard to the credibility of the environmental claims of the issuers, the ethical nature of the product and their measurable impact on the economy and the environmental effects that they are aimed to achieve. To this objective, the presentation will summarize some of the elements of the general historical and economic background that has led to the development of Green Bonds, examine their possible relevance for sovereign issuers, and discuss a methodology to develop a due diligence process aimed to assess their effective linkage with green policies and their likely impact on the economy.

Chair:

Iain Shuker (Practice Manager, GEN2A)

Discussants:

Raffaello Cervigni (Lead Environmental Economist, AFR1)

Olha Krushelnytska (Operations Officer, GEFPO)

Dan Biller (Sector Manager, MIGEC)

Presenter:

Pasquale L. Scandizzo. Professor. University of Rome “Tor Vergata”.

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Announcement of September 20, 2017 Conference on Quo Vadis Europe

settembre 7th, 2017 by Fuet in Economia globale

QUO VADIS EUROPE?

WHERE IS EUROPE HEADING SIXTY YEARS AFTER THE SIGNATURE OF THE ROME TREATY ON THE EUROPEAN ECONOMIC COMMUNITY?

September 20, 2017

9:00 AM to 1:00 PM

Conference Venue:

Delegation of the European Union to the
UN and other International Organizations in Geneva
Rue du Grand-Pré 64, Room E

The International Relations Program of Webster University Geneva, with the support and participation of the Permanent Mission of Italy in Geneva and the EU Delegation to the UN and Other International Organizations in Geneva.will organize a half-day conference on the occasion of the 60th anniversary of the signing of the Rome Treaty creating the European Community.

This event is part of the numerous international conferences and seminars organized by Webster University since 1996 with the active support and participation of the Geneva-based international organizations and diplomatic community on major international political, economic and humanitarian issues.

The signing of the Rome Treaty was one of the principal stages and one of the most far-sighted acts in the history of European integration. Together with the development and consolidation of the Western Community, it has been one of the most impressive and successful examples of institutional innovation and community building among free and sovereign nations. This process that started in the second half of the 1940s has continued over the decades well into the 21st century.

As indicated in the title the principal questions to be addressed by the speakers will be where Europe is and ought to be going in the future, in order to maintain the results achieved so far and what is required to assure the peace, freedom and prosperity of it peoples in the decades to come.

The seminar is open to the diplomatic community, international organizations, students and the general public.

Please confirm your attendance by e-mail to: hieronymi@webster.ch

PROGRAM

WELCOME:  Oreste Foppiani, Head of International Relations Program, Webster University, Geneva

INTRODUCTION: Maurizio Enrico Serra, Ambassador and Permanent Representative of Italy, Geneva: The European Union and Multilateral Cooperation in Geneva

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14 Sep2017

La ripresa economica in Italia: quali policies? | settembre 2017

Nell’ambito del progetto permanente Revitalizing Anaemic Europe giovedì 14 settembre a Roma presso la SNA – Sala della Biblioteca, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″, il tema al centro del dibattitto:

La ripresa economica in Italia: quali policies?

Dopo l’intervento di apertura del nostro Presidente Luigi Paganetto, su “La ripresa in Italia, il debito e i limiti delle analisi macroeconomiche” sono seguiti gli interventi di Stefano Battini, Presidente SNA; Enrico Giovannini, ASviS e Università di Roma “Tor Vergata“; Giampaolo Galli, Camera dei Deputati; Giorgio La Malfa, Fondazione Ugo La Malfa.


Temi discussi nel corso dell’incontro

Luigi Paganetto- Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

Il Dibattito sulla Ripresa
Le stime disponibili hanno confermato il valore tendenziale della crescita del Pil dell’1.5% per il 2017. È comunque una buona notizia. Non va,peraltro, dimenticata la minore dimensione della nostra crescita rispetto alla media EU.
G. La Malfa ha fatto notare che, in ogni caso, «i risultati sono troppo modesti per consentire un qualunque autocompiacimento.
Nel 2007 la disoccupazione italiana era al 7% ed oggi è al meno all’11% e che il reddito pro-capite è ancora molto più basso di allora: non abbiamo ancora recuperato il terreno perduto, la povertà è aumentata, circa il 25 percento della capacità produttiva dell’industria manifatturiera è andato distrutto».

Ciclo e Sviluppo
Il punto centrale è quello di stabilire se possiamo ritenerci fuori della crisi del 2007. Siamo di fronte ad una ripresa legata al ciclo internazionale o a aspetti strutturali della nostra economia?
Ignazio Visco ha di recente sostenuto che la ripresa in atto è largamente ciclica (Meeting di Rimini, agosto 2017). Per avere una ripresa strutturale in Italia serve  «risolvere i problemi di contesto che ancora ci sono – sottolinea il Governatore – quindi servizi per le imprese, la capacità per le imprese di nascere, crescere ma anche di chiudere quando è il caso di chiudere, senza poi dover pesare sull’economia».

Per decidere le policies da adottare per lo sviluppo è sufficiente, come sta accadendo, considerare le sole variabili macroeconomiche? undefinedScarica la Presentazione completa con i grafici

undefined Gli effetti del disavanzo sul PIL e sull’aumento del debito pubblico
Giampaolo Galli – Camera dei Deputati

undefined L’occupazione, la distribuzione del reddito e le prospettive per il futuro
Enrico Giovannini – ASviS e Università di Roma “Tor Vergata”

undefined Deficit/PIL: Agire sul numeratore e/o sul denominatore?
Giorgio La Malfa – Fondazione Ugo La Malfa

undefined Spunti per un programma di investimenti diffusi
Angelo Airaghi – Ansaldo Energia

undefined Riforme, Banche e Mezzogiorno
Ernesto Auci – Camera dei Deputati

undefined La politica di bilancio, lo stock di debito pubblico italiano e le regole europee
Paolo Guerrieri – Sapienza Università di Roma e College of Europe, Bruges

undefined Decontribuzione fiscale e inclusione sociale
Giulio Prosperetti – Corte Costituzionale


 

10 Sep2017

Cultura del cibo e scenari alimentari. Sostenibilità, Fame e Migrazioni | 10 settembre 2017

IX edizione “Le 2ue Culture”

Lo scorso 10 settembre il nostro Presidente Luigi Paganetto è stato tra i relatori della nona edizione del meeting “Le Due Culture” dedicato quest’anno al tema «Il cibo: salute, cultura, piacere e tormento», ed ha tenuto un intervento su Cultura del cibo e scenari alimentari. Sostenibilità, Fame e Migrazioni.

I progressi nella lotta alla fame
Tra il 1990 e il 2015 nel mondo c’è stato il dimezzamento delle persone che vivono in condizioni di estrema povertà (meno di 1.25 dollari al giorno).
La FAO stima che nello stesso periodo è calato dal 23.6 all’11%, il numero di coloro che sono sottonutriti e dunque soffrono la fame. Il Nobel A.Deaton ha parlato di «fuga  dalla deprivazione e dalla morte precoce». Il risultato è stato che la gente vive più a lungo, è piu alta e forte e i bambini hanno minore probabilità di ammalarsi.
Secondo l’ ONU dal 1950 al 2010 le regioni meno sviluppate hanno guadagnato piu’ di 10 anni di speranza di vita.
Ma sono pur sempre 800 milioni i sottonutriti e 2 miliardi le persone sotto la soglia di poverta’,un numero inaccettabile

Fame, malnutrizione e cultura del cibo
C’è la fame da carestia. Oggi solo in Sud Sudan, Somalia, Yemen e Nigeria, circa 30 milioni di persone sono in una condizione di grave insicurezza alimentare, di cui 10 milioni colpiti da carestia, insieme ad epidemia di colera in Yemen. Le stime dell’Unicef parlano di 27 milioni di persone senza acqua potabile.
C’è la fame da «crisi protratte». Le migrazioni sono una risposta all’insicurezza alimentare ed ai conflitti che nascono spesso dalla stessa insicurezza alimentare.
Ma c’è anche  la malnutrizione. Nei paesi poveri si tratta di una dieta con insufficienza di proteine e micronutrienti. Nei paesi ricchi si identifica largamente con l’obesità e con una coltura del cibo e diete dirette a ristabilire un rapporto corretto tra alimentazione, igiene e benessere.

C’è una interazione tra i consumi opulenti del Nord del mondo e quelli insufficienti del Sud? È, in ogni caso, certo che i cambiamenti della dieta dei paesi ricchi influenzano il sistema alimentare globale undefined Scarica la Presentazione completa con i relativi grafici

undefined Programma dell’evento

 

24 Oct2017

Le metropoli europee e lo sviluppo: Quale ruolo per Roma?

Gruppo dei 20 – Revitalizing Anaemic Europe

Workshop
Le metropoli europee e lo sviluppo: Quale ruolo per Roma?

Martedì 24 ottobre presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Facoltà di Economia, nell’ambito delle attività del Gruppo dei 20 “Revitalizing Anaemic Europe” sviluppate dalla nostra Fondazione, si è tenuto un incontro per discutere dell’economia della nostra capitale e le sue potenzialità, a confronto con le principali metropoli europee.

Sono intervenuti, Giovanni Tria, Preside Facoltà di Economia – Università di Roma “Tor Vergata”; Luigi Paganetto, Presidente Fondazione Economia Tor Vergata; Filippo Tortoriello, Presidente Unindustria – Unione degli Industriali e delle Imprese del Lazio; Beniamino Quintieri, Presidente SACE; Lorenzo Tagliavanti , Presidente Camera di Commercio Roma; Maurizio Decastri, Prorettore Università di Roma “Tor Vergata”; Maria Prezioso , ESPON Contact Point Italia; Angelo Airaghi, Ansaldo; Pierluigi Coppola , Dipartimento Ingegneria dell’Impresa – Università di Roma “Tor Vergata”; Alfredo Macchiati, Università LUISS “Guido Carli; Francesco Saverio Mennini , Responsabile gruppo di Ricerca in Economic Evaluation, HTA and Corruption in Health – EEHTA, CEIS.

Scarica il Programma

Sintesi dei temi affrontati durante la Conferenza

Le metropoli europee e lo sviluppo: Un tavolo per Roma

Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e docente SNA

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha di recente messo in rete un documento di “Analisi del contesto economico di Roma e Benchmark con le best practice europee“. Si tratta di una interessante analisi ricca di dati e di informazioni che ha sollecitato una riflessione sull’economia della nostra capitale e le sue potenzialità, a confronto con le principali metropoli europee. Il documento si concentra sul contesto economico complessivo della città, sulla mappatura dei poli industriali e sul confronto con le principali metropoli europee. È generalmente riconosciuto che le metropoli sono importanti driver di sviluppo dell’economia e della società contemporanea, soprattutto a ragione dell’aumento continuo dell’importanza del contributo dei servizi al PIL e al benessere della collettività. Tutto ciò, nel quadro di grande cambiamento in cui viviamo, dominato dall’importanza della conoscenza e dalle nuove tecnologie e dall’evoluzione degli skills necessari ad evitare i rischi di disoccupazione legati alla spinta verso l’automazione. La caduta del PIL dei servizi, rilevata dal documento del MISE (oltre a quello dell’industria) nel post 2008, rappresenta un segnale negativo. La presenza di un numero di start up innovative, decisamente basso, costituisce un limite allo sviluppo. Allo stesso tempo, non va dimenticato che Roma, come sottolinea il documento, è il primo polo universitario italiano per numero di iscritti ed è anche l’area di maggior concentrazione di istituti di ricerca. E va sottolineato che l’area in cui esistono le maggiori possibilità di crescita della produttività è quello dei servizi e del turismo, crescita che vede la città in ritardo. Siamo in realtà di fronte a una combinazione straordinaria di situazioni critiche, ma anche di opportunità non sfruttate. Quale può essere, in questo quadro, la scelta da fare tra le alternative di policies per il miglior impiego delle risorse disponibili?… undefinedScarica la Presentazione completa con i grafici

undefined Roma e il suo territorio provinciale: Un quadro di luci e ombre
Giovanni Tria – Preside Facoltà di Economia, Università di Roma “Tor Vergata”

undefined Roma: Un’identità da Capitale moderna
Filippo Tortoriello – Presidente Unindustria

undefined Spunti di analisi su Roma e le sue prospettive di sviluppo
Lorenzo Tagliavanti – Presidente Camera di Commercio di Roma

undefined Roma Città metropolitana. Capitale tra economia e pianificazione
Maria Prezioso – ESPON Contact Point Italia

undefined Quale ruolo per Roma?
Angelo Airaghi – Ansaldo

undefined Scenari di mobilità e accessibilità territoriale
Pierluigi Coppola – Dipartimento Ingegneria dell’Impresa, Università di Roma “Tor Vergata”

undefined Roma: Ovvero quale “sviluppo delle forze produttive materiali”?
Alfredo Macchiati – Università LUISS “Guido Carli”

undefined Il modello Sanità a Roma e nel Lazio
Francesco S. Mennini – Responsabile gruppo di Ricerca
Economic Evaluation and HTA (EEHTA) CEIS, Università di Roma “Tor Vergata”

undefined Innovazione ed Execution: Come fare impresa a Roma e nel Lazio
Maurizio Decastri – Facoltà di Economia, Università di Roma “Tor Vergata”

 

23 Nov2017

Manovra 2018, debito e nodi dell’economia italiana – novembre 2017

Giovedì 23 novembre a Roma presso l’Aula magna della SNA, nell’ambito del Diploma in Management pubblico europeo e politiche economiche e del progetto permanente Revitalizing Anaemic Europe, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

“Manovra” 2018, Debito e nodi dell’Economia Italiana

Sono intervenuti Luigi Paganetto, Presidente Fondazione Economia Tor Vergata; Riccardo Barbieri H., Dipartimento del Tesoro – MEF; Gloria Bartoli, Università LUISS “Guido Carli”; Gimpaolo Galli, Camera dei Deputati; Giuseppe Pennisi, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, Giuseppe Pisauro, Ufficio Parlamentare di Bilancio.


Temi discussi nel corso dell’incontro


Luigi Paganetto – Presdiente FUET e Docente SNA

Le economie Europee e l’Italia
Secondo le stime di autunno della Commissione Europea il Pil dell’area dell’euro crescerà quest’anno al 2.2%, il più elevato ritmo degli ultimi 10 anni. L’insieme delle economie europee (euro e non euro) crescerà al 2.3%. Campioni della crescita sono Irlanda (4.8%), Polonia e Cekia con oltre il 4%, disoccupazione tra il 6 e il 3% e debito pubblico tra il 70% e il 35%.
Il Pil dell’Italia crescerà dell’1.5% per il 2017. È comunque una buona notizia anche se rimaniamo indietro rispetto alla media EU.
Notizie meno buone sono quelle relative alla disoccupazione all’11.3% (nel 2007 era al 7%), tenuto conto di quel che succede in Germania (3.7%) e negli altri paesi del nord con tassi tra 4 e 6 %. Ci superano soltanto Spagna (17.4%) e Grecia (21.8%). Altro punto dolente è il debito pubblico (132.1%) contro valori compresi tra il 34.6% della Cekia e 69.9% dell’Irlanda. Ci supera solo la Grecia con il 179.6 e si avvicina il Portogallo con 126.4%. Il deficit pubblico, anche se non è stato ridotto nella misura desiderata dalla EU sarà pari nel 2017 al -2.1% che rappresenta, comunque, un miglioramento rispetto al 2016 (-2.5%).

La legge di Bilancio 2018
La legge di Bilancio per il 2018 prevede dal lato delle entrate una riduzione di entrate di 0.8 % di Pil per la cancellazione dell’aumento delle aliquote Iva previsto dalle clausole di salvaguardia e un aumento di entrate per via di misure di contrasto all’evasione fiscale, di maggiori imposte dirette per 0.2 di Pil per via soprattutto del rinvio nel regime opzionale dell’IRI.
Anche se sul lato della spesa la manovra prevede risorse per occupazione, investimenti e reddito di inclusione, e l’impegno di 0.1% del Pil per il rinnovo dei contratti pubblici, il rapporto tra spesa e Pil dovrebbe diminuire per effetto della spending review e, soprattutto, delle minori spese per interessi. Non va dimenticato che la riduzione della spesa in questi anni di scelte a favore dei bonus è quasi del tutto legata alla riduzione dei tassi d’interesse via QE. Il saldo tra evoluzione delle entrate e della spesa è un deficit pubblico che passa dal 2.1 all’1.6% (rispetto all’1% preventivato)…  undefinedScarica la relazione completa con i grafici

undefined Italy’s macroeconomic outlook (Le prospettive macroeconomiche dell’Italia)
Riccardo Barbieri H. – Responsabile Direzione Analisi Economico Finanziaria Dipartimento del Tesoro, MEF

Chief Economist
Department
of the Treasury
Economy
and Finance Ministry
 

7 Dec2017

Stato, Regioni e Autonomie rafforzate.
Come assicurare Solidarietà e Sviluppo

Conferenza organizzata nell’ambito del Diploma in Management pubblico e Politiche economiche europee della SNA e delle attività del Gruppo dei 20 “Revitalizing Anaemic Europe”, sviluppate in collaborazione fra la nostra Fondazione e la Scuola Nazionale dell’Amministrazione.
Sono Intervenuti: Stefano Battini, Presidente SNA; Luigi Paganetto, Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e docente SNA; Patrizio Bianchi, Assessore sviluppo economico Regione Emilia Romagna; Franco Gallo, Presidente emerito Corte Costituzionale; Adriano Giannola, Presidente Svimez; Mariano Bella, Ufficio studi Confcommercio; Maria Ludovica Agrò, Direttore Agenzia per la Coesione; Vincenzo Scotti, Link Campus University; Pasquale Lucio Scandizzo, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

undefined Programma


Regioni, Residui Fiscali e Competenze rafforzate: Come assicurare Solidarietà e Sviluppo
Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e docente SNA

Referendum e “Autonomie Rafforzate”
Si sono svolti, di recente, in Lombardia e Veneto i referendum regionali in relazione alll’applicazione dell’art.116 della Costituzione che prevede forme di autonomia rafforzata per le Regioni che ne chiedono il riconoscimento.
In verità l’art.116 non prevede esplicitamente procedure referendarie, tant’è che la Regione Emilia Romagna, senza referendum, è a buon punto nella procedura diretta ad ottenere competenze rafforzate. Visto lo stato di avanzamento di queste procedure occorre, valutare modalità e conseguenze delle autonomie rafforzate, non solo riguardo alle diverse competenze che possono essere acquisite dalle Regioni, ma anche e soprattutto riguardo la questione della distribuzione dei c.d. residui fiscali che sono il cavallo di battaglia delle Regioni del Nord.

La questione dei “Residui Fiscali”
In questo quadro assumono particolare rilievo i residui fiscali che sono la differenza tra le tasse pagate e raccolte in una Regione e le spese pubbliche effettuate nella stessa Regione. La pretesa delle Regioni dei referendum è quella di trattenere sul proprio territorio in tutto o in parte (9/10) questa differenza che oggi finisce nella fiscalità generale. Questa pretesa nasce dall’affermazione che esse rendono i servizi legati alle loro competenze con maggiore efficienza rispetto alle altre Regioni e dunque ritengono di trovarsi a cedere il residuo allo Stato per effetto della minor efficienza relativa delle altre Regioni.
Si può configurare la possibilità che l’acquisizione delle nuove competenze diventi un modo surrettizio per sfuggire al dovere di solidarietà delle Regioni più ricche nei confronti di quelle più povere? O non si deve fare in modo che le risorse fiscali attribuite per le nuove competenze siano fissate al livello della spesa storica dello Stato nelle stesse Regioni per le funzioni devolute? E, in ogni caso, quali saranno le conseguenze di queste scelte sullo sviluppo regionale e nazionale? Nè vanno trascurate, infine, le tendenze evolutive europee in materia fiscale… undefinedScarica la presentazione completa con i grafici

Tutti i materiali della conferenza saranno collezionati in un volume che verrà pubblicato a breve.

 

13 Dec2017

Horizon 2020: Ricerca e Innovazione nella Pubblica Amministrazione

Il Professor Luigi Paganetto è stato tra i relatori del Seminario su “Ricerca e Innovazione nella Pubblica Amministrazione“, che si è svolto a Parma il 13 e 14 dicembre scorsi. Una due giorni di incontri e dibattiti organizzata dalla Fondazione Collegio Europeo in collaborazione con la SNA. Il titolo della sua lezione: Politica europea in materia di ricerca e innovazione e il programma pluriennale 2014-2020

undefinedScarica la presentazione

undefinedProgramma del Seminario


 

11 Jan2018

Welfare e Sanità

11 gennaio 2018

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Giovedì 11 gennaio a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

Welfare e Sanità

Ad aprire i lavori Stefano Battini, Presidente SNA e Luigi Paganetto, Presidente Fondazione Economia Tor Vergata, che ha fatto un’introduzione generale sul tema; a cui sono seguite le relazioni di Federico Spandonaro, Presidente C.R.E.A. Sanità e Andrea Urbani, Direttore generale della programmazione sanitaria – Ministero della Salute.

Programma <br/>

Temi discussi nel corso dell’incontro

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Luigi Paganetto – Presidente FUET e Docente SNA

Cambiamento sociale e welfare
Nella lunga fase di trasformazione che stiamo vivendo accompagnata dai postumi della crisi della nostra economia è venuta in evidenza una crescente fragilità sociale del paese. C’è l’esigenza di una riflessione sull’welfare che tenga conto della non autosufficienza, della povertà, dell’insufficiente maturazione dei redditi pensionistici dei giovani, degli 11 milioni di persone che, secondo il Censis, hanno rinunciato o rinviato il ricorso a prestazioni sanitarie.
La discussione sulle vaccinazioni ha ricordato a tutti che welfare significa oltre che un insieme di regole anche valori condivisi.
L’universalismo dell’assistenza sanitaria è il principio sotteso all’articolo 38 della Costituzione. Il trasferimento dei poteri in materia sanitaria alle Regioni ha reso peraltro evidenti le forti differenze dei modelli adottati sul territorio. L’universalismo rischia, nei fatti, di essere messo in discussione in un contesto dominato da cambiamenti demografici, istituzionali (le differenze regionali) ed esigenze di innovazione tecnologica sucure e farmaci.

Spesa per la salute e demografia
Gli aspetti demografici dominano le questioni che si pongono in materia di assistenza sanitaria:

  • L’aumento della speranza di vita, 80.6 anni per gli uomini e 85.1 per le donne e l’aumento delle capacità di cura sta modificando gli scenari sanitari;
  • Il numero degli anziani è passato tra il 2007 e il 2016 da 12 a 15 milioni.

In questo quadro:

  1. La spesa pubblica per la salute,che e’ piu’ bassa pro-capite della media OCSE, copre una quota che negli ultimi anni è decrescente (dal 78% del 2010 al 75% del 2016), rispetto al consumo di sanità dei cittadini;
  2. Aumenta la quota di spesa privata ed in particolare quella out of pocket.

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…  Scarica la presentazione completa con i grafici

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13° Rapporto Sanità: Il cambiamento della Sanità in Italia fra Transizione e Deriva del sistema
Federico Spandonaro – Presidente CREA Sanità

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10 Jan2018

Tra poco in edicola – RAI Radio 1

Il Presidente Paganetto è intervenuto nel corso della puntata del 10 Gennaio di “Tra poco in edicola” per discutere di lavoro e disoccupazione giovanile: ultimi dati Istat, giovani e Jobs Act al centro della campagna elettorale.
Per ascoltare la trasmissione, clicca qui

“Tra poco in edicola”: La rassegna stampa notturna di Radio1 RAI per conoscere in anteprima, quando i giornali non sono ancora in edicola, le prime pagine dei principali quotidiani e settimanali italiani. Conduttore Stefano Mensurati.

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23 Jan2018

Tra poco in edicola – RAI Radio 1

Il Prof. Luigi Paganetto è intervenuto nel corso della puntata del 23 Gennaio di “Tra poco in edicola” per discutere dei temi affrontati nel corso del Forum economico mondiale che ogni anno si tiene a Davos in Svizzera. Dalle misure contro il protezionismo di Trump al bilancio sulla globalizzazione: le conseguenze – postive e negative – a livello internazionale ma soprattutto nel nostro Paese e le prospettive future.
Per ascoltare la trasmissione, clicca qui

“Tra poco in edicola”: La rassegna stampa notturna di Radio1 RAI per conoscere in anteprima, quando i giornali non sono ancora in edicola, le prime pagine dei principali quotidiani e settimanali italiani. Conduttore Stefano Mensurati.

 

4 Feb2018

Elezioni politiche 2018!
Programmi elettorali a confronto, l’analisi di Luigi Paganetto per Formiche.net

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Nelle proposte dei partiti
giovani, sanità e Mezzogiorno snobbati. Idee confuse su fisco e pensioni

Luigi Paganetto, economista e presidente della Fondazione Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”, ha letto per Formiche.net i programmi elettorali. Ecco cosa ne pensa.

Proposte interessanti ma senza una precisa priorità e soprattutto senza un quadro che dia il senso della scelta strategica di fondo del partito o della coalizione che guiderà il Paese nella prossima legislatura. Luigi Paganetto, professore emerito di Economia politica all’Università “Tor Vergata” di Roma, docente alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione e presidente della Fondazione Tor Vergata Economia, ha letto per Formiche.net i programmi presentati dalle forze politiche che si presenteranno alle elezioni del 4 marzo e – prima di elencare una serie di carenze – parte da un elemento che lo rincuora.

“Finalmente oggi l’appartenenza all’area dell’euro è data per scontata, forse anche perché da vari scritti presentati dal Gruppo dei 20 emerge come il problema dell’Italia e dell’Europa non sia l’euro, che pure va gestito meglio”, spiega Paganetto che passa poi alle dolenti note. “Per parlare degli elementi che mancano parto dalla recente indagine pubblicata sul ‘Corriere della sera‘ secondo la quale per gli italiani le priorità sono sanità, occupazione, scuola, tasse e poi via via altri temi molto distanziati fino ad arrivare al debito pubblico. Ecco, nelle proposte che ho letto non mi pare ci sia molto in materia di sanità se non la riduzione delle liste d’attesa prevista dal M5S. La questione vera però è l’aspetto demografico visto il gran numero di anziani nel Paese e le esigenze di long term care. Il servizio sanitario italiano ha un ranking alto all’interno dell’Ue e funziona, sia chiaro, ma colpisce che non ci sia un quadro che guardi più avanti rispetto ad oggi. Insomma, secondo me occorre riaggiustare il Ssn secondo le nuove esigenze che nascono dalla demografia e puntare sulla prevenzione e sulle modalità per fornire assistenza ai malati anche al di fuori dell’ospedale”.

Sul fronte della scuola, Paganetto è altrettanto chiaro: “A parte criticare la Buona scuola non c’è granché, non ci sono indicazioni o programmi o ripensamenti, se non un generico invito ad usare di più internet e il digitale. In tema di università “Liberi e Uguali” è l’unico partito che evidenzia il più basso numero di laureati italiani rispetto al resto dell’Europa e fa una proposta per arginare il fenomeno offrendo la detassazione, che a mio parere però non è la soluzione. Credo che sarebbe meglio fornire borse di studio e incrementare la possibilità di stare nell’Università e di andare avanti”. L’economista genovese cita poi un’indagine Ocse, organizzazione in cui ha rappresentato l’Italia, secondo cui – a diversi livelli – nella nostra scuola le competenze professionali non sono adeguate alla domanda del mercato. “Sono tutti d’accordo che occorrono più competenze ma per centrare quest’obiettivo serve un impegno pubblico a investire sulla scuola”.

Parlando di formazione si parla di giovani, argomento oltre che prioritario preoccupante. “L’Italia è sempre più un Paese di pensionati, è vero, però al di là di generiche affermazioni come gli 80 euro fino a 18 anni mancano le idee. Ad esempio, leggo che cresce il numero delle piccole imprese guidate da giovani nell’ambito dell’ospitalità e dell’agroalimentare: questo aspetto dovrebbe essere fortemente valorizzato. Ci si preoccupa delle grandi aziende ma si fa poca attenzione al fatto che la politica si deve orientare sui piccoli. Cito due elementi: negli Stati Uniti c’è l’agenzia per le piccole imprese che finanzia e valorizza le realtà migliori; in Italia fra il 2008 e il 2016 è uscito dal mercato circa il 25-30% delle imprese. A mio parere i giovani vanno indirizzati anche nelle attività legate alla cultura, e in tal senso il nostro Paese può offrire molte opportunità, e all’ambiente. Come presidente dell’Enea ho cercato di operare in questa direzione”.

Le critiche di Paganetto si appuntano poi su un’altra lacuna: “Diversi programmi – spiega – non fanno cenno al fatto che il nostro sistema economico va meglio perché c’è il traino della crescita internazionale ed europea non perché creiamo più produttività. E’ un punto importante perché con la crescita c’è la possibilità di ridurre il debito ma se non c’è avanzo primario non posso farlo. La crescita – un valore in sé, che deve essere condiviso da tutti – si dà per scontata, magari puntando sulla crescita nominale (crescita reale più inflazione) ma non possiamo contare sull’inflazione per ridurre il debito”.

Nei programmi depositati al Viminale di sicuro c’è “molta attenzione alla tassazione perché è chiaro che il rapporto fra cittadini e Stato è in gran parte legato a questo aspetto. Non c’è dubbio che se c’è qualcosa di confuso in questo settore è l’imposizione sulle persone fisiche. Si può essere d’accordo o meno con la Flat tax ma non c’è dubbio che c’è un sistema Irpef assai poco equo perché c’è il pasticcio delle detrazioni fiscali, il pasticcio delle imposte legate a singole categorie, il pasticcio delle imposte sul reddito imprenditoriale. Insomma, si è stratificata una serie di interventi a favore di gruppi o di parti del corpo contribuenti per cui fare la dichiarazione dei redditi è complicato: in questo il centrodestra ha ragione. Comunque la si veda, Flat tax o no, serve un intervento per rendere chiara ed equa l’imposizione sulle persone fisiche”. Proprio riguardo la Flat tax, proposta dal centrodestra, Paganetto ammette che “ha il vantaggio di semplificare le cose ma che non necessariamente si può considerare la tassazione più equa possibile perché la progressività deve essere considerata in tutto il sistema di imposte, dunque anche in quelle locali, regionali e comunali”.

Il professore del secondo ateneo romano è poi molto deluso per la scarsa attenzione riservata al Mezzogiorno. “Si tratta di un punto importante, decisivo, perché sostengo, e non sono il solo, che o si fa crescere il Mezzogiorno o non cresce questo Paese. Peraltro occorre una seria riflessione sull’uso dei fondi strutturali: spesso non si è avuto effetto dagli investimenti fatti perché i fondi non sono stati inseriti in un progetto nazionale complessivo. In tal senso ricordo che la Cassa del Mezzogiorno – finché ha funzionato – ha fatto ottime cose. Ora non ci sono più i tempi per un’istituzione del genere, è vero, ma occorre avere un sistema che progetti”.

Questione correlata alla lacunosità delle politiche per il Sud è “l’ampia presenza nei programmi elettorali di vari tipi di bonus e di interventi perequativi come il reddito di cittadinanza, il reddito d’inclusione, il reddito di dignità, tutti sostegni che finiscono certamente per dare una risposta al problema del rischio povertà, che dal 2007 a oggi è raddoppiato”. La questione però va affrontata, chiarisce Paganetto, “in un quadro per cui l’intervento si accompagni alla crescita sennò facciamo solo una politica di bonus. Noto ad esempio che il Pd valorizza quello che ha fatto e vuole estendere gli 80 euro anche alle partite Iva e dare le detrazioni fiscali alle famiglie con figli. Si parte insomma dall’idea che dando dei soldi da spendere si mette in moto la macchina; bisognerebbe invece legare la crescita salariale alla produttività”.

Non si può tacere certamente del tanto bistrattato sistema pensionistico attuale. “La Lega ripete di voler abolire la legge Fornero. In effetti si può discutere se aumentare l’età di uscita dal mondo del lavoro sia un’opzione vincente – sottolinea – anche perché in tal modo aumenta l’età media degli occupati e dunque diminuisce la produttività ma bisogna pensare a un sistema che consenta di evitare l’allungamento dell’età pensionabile. Dire solo di voler abolire l’attuale legge non basta, sennò voto per il ‘no’ ma non so a cosa dico ‘sì’”.

Al di là delle diverse questioni passate in rassegna, comunque, “su tutto domina un’esigenza: occorre pensare a un progetto per cui il bilancio annuale dello Stato abbia una parte dedicata a temi che si ripetano anno dopo anno in modo che il partito o la coalizione che governeranno nella prossima legislatura forniscano una scelta strategica di fondo sennò non riusciamo a capire dove va il Paese. Pochi si rendono conto di un problema – conclude – siamo usciti dalla crisi senza politiche strutturali per far crescere l’economia. Ora non si può più aspettare”.

Intevista di Manola Piras per Formiche.net
 

14 Feb2018

Radio InBlu News
Economia: Pil dell’Italia non cresceva così dal 2010

Il Presidente Paganetto ai microfoni di Radio InBlu News (Network Tv2000) ha commentato i buoni segnali dell’economia: il prodotto interno lordo secondo le ultime stime dell’Istat cresce dell’1,4% nel 2017. “Il Paese, che segue il trend positivo di tutta l’eurozona, non cresceva così dal 2010. C’è da tener presente, però, che la strada da percorrere è ancora lunga perché la crescita è troppo lenta e inferiore alla media europea. Il livello del Pil, infatti, rimane sempre sotto i valori pre crisi (2008)”.

Clicca qui per ascoltare l’intervista completa

Economia: Pil +1,7% nel 2017. L’Italia non cresceva così dal 2010

 

13 Feb2018

La tassazione e il rapporto Stato – Cittadini

13 febbraio 2018

Martedì 13 Febbraio a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

La tassazione e il rapporto Stato – Cittadini

All’apertura del nostro Presidente Luigi Paganetto, che ha fatto un’introduzione su “La tassazione e il rapporto stato – cittadino: flat tax e dintorni”, sono seguite le relazioni di Nicola Rossi, Presidente Istituto Bruno Leoni e Docente Università di Roma “Tor Vergata”, e Franco Gallo, Presidente Emerito della Corte Costituzionale.
Ne hanno discusso Salvatore Biasco, Sapienza Università di Roma; e Antonio Di Majo, Università degli Studi “Roma Tre”

Programma <br/>

Temi discussi nel corso dell’incontro

Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

Stato vs cittadini e/o sudditi ?
Il rapporto con il Fisco è l’occasione in cui si misura in maniera paradigmatica la relazionetra Stato e Cittadino.
Scrive Nicola Rossi, che in Italia esso si configura come un rapporto tra il Sovrano e i suoi Sudditi (2012). Non è solo, naturalmente, il Fisco a determinarlo ma, in generale, la disparità di trattamento che «prende la forma di una capillare e continuainvadenzanella vita di tutti noi».
Nel concentrare qui l’attenzione sul Fisco e sul dibattito che accompagna le proposte presentate in campagna elettorale va subito osservato che si è creata una tale focalizzazione sull’accettabilità o meno di una Flat tax, soprattutto nei suoi effetti redistributivi da lasciare sullo sfondo questioni di grande rilievo quali i suoi effetti sui comportamenti di famiglie e imprese, il problema dell’evasione fiscale, gli aspetti di competizione fiscale internazionale che si sono aperti con la riforma Trump, la questione tuttora pendente delle clausole di salvaguardia legate all’aumento delle aliquote Iva e ai costi-benefici delle scelte da fare al riguardo.

L’irpef oggi: come riformarla?
La concentrazione dell’attenzione sull’Irpef è ampiamente giustificata dalla «iniquitàrelativa» del suo assetto attuale.
Se guardiamo ai dati, quelli di giugno 2017 dicono che il 60% dell‘Irpef totale è pagato dai dipendenti, anche se sono poco più della metà dei contribuenti e il 34% è versato dai pensionati. Gli autonomi valgono solo il 5,5% del gettito, nonostante siano il 12,5% dellapopolazione.
Se guardiamo al sistema impositivo IRPEF vediamo che si tratta di un modello che nel corso degli anni ha visto crescere, accanto ad un’imposta progressiva sui redditi da lavoro, una varietà di imposte per categorie di reddito, tassate con aliquote proporzionali come è il caso dei redditi da proventi finanziari, i canoni da locazione, le plusvalenze immobiliari, nonché dei redditi delle società di persone o di impresa individuale.
La previsione, inoltre, di un sistema di detrazioni di imposta decrescenti determina soprattutto per i redditi medio bassi (dove tra l’altro si concentrano giovani e donne), un elevato livellodelle aliquotemarginali e medie… undefinedScarica la relazione completa con i grafici

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undefinedFlat Tax e minimo vitale: La proposta dell’Istituto Bruno Leoni
Nicola Rossi – Presidente IBL e Docente Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”


 

27 Feb2018

Le proposte di riforma dell’eurozona e il documento dei 14 economisti franco-tedeschi

27 febbraio 2018

a

Gruppo dei 20 – Revitalizing Anaemic Europe

a

Il 27 Febbraio a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

Le proposte di riforma dell’eurozona e il documento dei 14 economisti fraco-tedeschi

All’apertura del nostro Presidente Luigi Paganetto, che ha fatto un’introduzione su “La riforma della governance europea e le proposte franco-tedesche”, sono seguite le relazioni di Paolo Guerrieri, Sapienza Università di Roma e College of Europe, Bruges; Marcello Minenna, London Graduate School of Mathematical Finance; e Rocco Cangelosi, Consiglio di Stato
Ne hanno discusso Lorenzo Bini Smaghi, Société Génerale e Giuseppe Pennisi, CNEL

Programma

Temi discussi nel corso dell’incontro


Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

Il documento dei 14 economisti Franco-Tedeschi

Si tratta di un paper (per semplicità Pisani – Ferry e Zettelmeyer) che rappresenta un tentativo di coniugare le posizioni presenti in Europa su due temi cruciali quello della disciplina fiscale di cui si accetta la necessità e quello della condivisione dei rischi su cui si ricerca un compromesso partendo dall’accettazione dell’idea (sostenuta con determinazione dai tedeschi) che prima di condividerli i rischi vanno ridotti.
Il documento ha sollevato molto interesse perché esce dalle consuete, generiche proposte cercando di trovare un possibile collante politico di un’intesa per la riforma dell’UEM, che trova un terreno favorevole nel terreno della ripresa della crescita e un obbiettivo temporale preciso nella prossima scadenza (2019) delle Istituzioni europee.
Occorre dire che la storia professionale degli autori di forte impegno nelle Istituzioni europee e dunque, non solo accademica, dà maggiore credibilità alle loro posizioni.

Come riformare l’Eurozona?
Il limite di fondo delle proposte di riforma dell’eurozona rimane quella ( da dimostrare) che la crisi 2008-2015 è stata determinata, in larga misura da un deficit di disciplina fiscale per cui rimediando a questa mancanza si possono affrontare adeguatamente le sfide del futuro.
Per fronteggiare queste sfide, la tesi è che basti rendere i vincoli più certi e cogenti ,affidando la sorveglianza dei conti pubblici ad organismi tecnici indipendenti e solo in seguito procedere ad una maggiore integrazione economica e finanziaria. Un’unica attenuazione al rigore sarebbe che la regola del tetto della spesa diventerebbe più o meno stringente a seconda del livello del debito pubblico. E questo non favorirebbe di certo il nostro Paese.
A parte le difficoltà giuridiche di una scelta di questo tipo, una riforma dell’Eurozona che voglia avere successo deve fondarsi, oltre che condivisione dei rischi e disciplina di mercato, sulla scelta di rinforzare le ragioni di convergenza non solo economica dei paesi dell’Eurozona, con l’ avvio di una seria ricerca degli spazi fiscali su ambiente e immigrazione insieme ad un ripensamento delle politiche di coesione ma anche di quelle sulla sostenibilità della crescita come si è cominciato timidamente a fare con l’iniziativa per il «pilastro dei diritti sociali»… undefinedScarica la relazione completa con i grafici


 

27 Feb2018

Verso il voto, partiti poco attenti al futuro e
al capitale umano

Intervista a Luigi Paganetto

a

Elezioni Politiche 2018! A pochi giorni dal voto i partiti continuano a
preoccuparsi solo del presente, trascurando il futuro del Paese.


Luigi Paganetto, economista e presidente della Fondazione Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata”, avverte: si compie un errore gravissimo per i giovani, per le donne e per la formazione

Mancano ormai sei giorni alle elezioni ma gli sfidanti continuano a disinteressarsi del futuro. Parola di Luigi Paganetto, professore emerito di Economia politica all’Università “Tor Vergata” di Roma, docente alla Scuola nazionale dell’amministrazione e presidente della Fondazione Tor Vergata Economia, che parlando con Formiche.net nota: “Leggendo i programmi presentati dai vari partiti balza agli occhi come i politici non investano nel futuro ma solo nel presente. Sembra che gli anni a venire sollecitino meno l’attenzione delle élite politiche”, spiega il professore secondo cui si compie invece “un errore gravissimo per i giovani, per le donne, per la formazione. Si continua a investire nel breve periodo ma sempre di più i cittadini si rendono conto che non trovano risposte al loro futuro e tutto questo si ritorcerà contro i politici. Pensiamo ai Neet, il 37% sul totale dei giovani: anche loro votano”. Secondo Paganetto nella classe politica del nostro Paese “deve crescere la consapevolezza che non si può pensare solo a domani mattina e che bisogna investire sul capitale umano. C’è un’esagerazione di promesse elettorali: perché non esageriamo promettendo più impegno sul capitale umano?”, domanda il docente del secondo ateneo romano secondo cui si scarseggia anche nell’interesse per far crescere competenze e innovazione. Il caso Embraco è emblematico: “La formazione professionale è dimenticata da molti anni – rileva – e invece pure in questo settore bisognerebbe far crescere le competenze dei lavoratori per migliorare la qualità dei prodotti ed evitare la fuga delle aziende all’estero”.

A corollario della poca attenzione al futuro e alla crescita delle competenze accade che “venga trattata poco e male la questione dell’education. Ricordo che in Italia il numero dei laureati è estremamente più basso che negli altri Paesi (il 24% a fronte, ad esempio, del 44% in Francia e in Olanda). Lo stesso discorso vale per l’educazione secondaria: in Francia manca il diploma al 22% delle persone, in Italia al 40%. Intanto però si fa un gran parlare di industria 4.0 e di nuove tecnologie”. Per accrescere il numero di laureati, però, la proposta presentata da Liberi e Uguali di esentare dal pagamento delle tasse universitarie “non funziona; viceversa si può sostenere chi fa gli esami con regolarità”. Riguardo al mondo accademico, poi, “occorrerebbe investire sulla qualità in modo da mettere gli atenei in competizione fra di loro e non cercare invece di renderli tutti uguali”.

Guardare poco al futuro si lega inoltre a un problema “gigantesco”, quello della scarsa occupazione femminile. “Si tratta di un’enorme perdita di capitale umano – evidenzia Paganetto -. La percentuale di donne occupate in Italia è molto più bassa rispetto alla media europea: in Germania è al 60%, in Francia al 65%, in Svezia al 78%, in Italia al 47%. Secondo un calcolo fatto qualche tempo fa, portare l’occupazione femminile dal 47% al 60% farebbe aumentare il Pil del 7%”. Il professore genovese non accetta l’obiezione secondo cui non si riesce neppure a far crescere l’occupazione maschile. “Nel mondo dei servizi, per esempio, occorrono competenze e qualità per cui le donne non solo possono mettersi in competizione con gli uomini ma risultano anche più brave. Dunque, la scarsa partecipazione femminile al mondo del lavoro toglie risorse al sistema Paese”. Non c’è dubbio, sostiene, che “ci troviamo di fronte a una situazione di difficoltà oggettiva che nasce da una serie di circostanze, a partire dalla conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi di cura. Voglio citare l’esempio tedesco dove di recente è stata data ai lavoratori la possibilità di scegliere per tre anni il tempo parziale, una forma di flessibilità che indica come – dove c’è maggiore occupazione femminile – il problema della conciliazione riguardi anche gli uomini”.

Il rimedio però “non può essere quello che leggo in alcuni programmi elettorali ovvero il bonus fiscale a favore di chi fa i figli: non è efficace e non ha conseguenze automatiche”. La proposta di Paganetto è un’altra: “Secondo alcune valutazioni l’età prescolare è fondamentale per lo sviluppo del bambino ed è assolutamente decisiva per la capacità di elaborazione del pensiero. Molti Paesi stanno investendo in questo perché si è visto che i bimbi che hanno frequentato l’asilo nido sono avvantaggiati sul piano della formazione rispetto a quelli che non l’hanno fatto”. Investire nel welfare, e in particolare nella costruzione di asili nido, “non solo darebbe un vantaggio sull’imprinting della persona ma consentirebbe di dare una mano alle famiglie oltre che alle donne”. Semmai, aggiunge, “si potrebbe facilitare il loro ingresso nel mondo del lavoro con benefici fiscali”. L’aspetto singolare, nota, è che il tasso di natalità è più basso da noi che in Svezia dove l’occupazione femminile è molto più diffusa”.

Intervista di Manola Piras per Formiche.net

 

14 Mar2018

L’Italia e le politiche di coesione EU: Mezzogiorno, Mediterraneo e Sviluppo

14 marzo 2018

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Mercoledì 14 marzo a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

“L’Italia e le politiche di Coesione Europee: Mezzogiorno, Mediterraneo e Sviluppo”

All’apertura del nostro Presidente Luigi Paganetto sono seguite le relazoni di S. E. Hassan Abouyoub, Ambasciatore del Regno del Marocco; Maria Ludovica Agrò, Direttore Generale Agenzia per la Coesione Territoriale; Adriano Giannola, Presidente SVIMEZ; Massimo Lo Cicero, Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”; Carmelo Petraglia, Università degli Studi della Basilicata; Carlo Trigilia, Università degli Studi di Firenze.
Ne hanno discusso Giuseppe Buccino Grimaldi, Direttore Generale per l’Unione Europea – MAECI; Andrea Del Monaco, Esperto Fondi Europei, scrittore, collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno.

Programma

undefined Mezzogiorno, mediterraneo e politiche di coesione europee
Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

undefined Convergenza & Coesione Europa, Italia , Mezzogiorno e Mediterraneo
Massimo Lo Cicero – Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”

undefined Il ritardo «europeo» del mezzogiorno tra presente e futuro incerto delle politiche
Carmelo Petraglia – Università degli Studi della Basilicata

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27 Mar2018

Uno sviluppo sostenibile: economia circolare, mobilità elettrica, acqua, rifiuti e tutela del territorio

27 marzo 2018

Lo scorso 27 marzo a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

Uno sviluppo sostenibile: economia circolare, mobilità elettrica, acqua, rifiuti e
tutela del territorio

All’apertura del nostro Presidente Luigi Paganetto sono seguite le relazoni di Tullio Fanelli, Vice Direttore Generale ENEA; Francesco La Camera, Direttore Generale – Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare; Filomena Maggino, Sapienza Università di Roma; Roberto Morabito, ENEA; e Alessandro Ortis, Presidente degli Stati Generali per l’efficienza energetica.

Programma

Capitale naturale e crescita dell’economia
I danni ambientali relativi non solo all’aria, ma anche al ciclo dell’acqua e agli ecosistemi marini e forestali; oltre a peggiorare le condizioni di vita pongono la questione del come si possa preservare il capitale naturale.
Il Nobel Edmund S. Phelps ha di recente osservato che se questa questione fosse affrontata con successo aumenterebbe il tasso di rendimento del capitale per l’impresa e ciò determinerebbe un aumento degli investimenti e della produttività dell’economia. Ciò consentirebbe uno sforzo maggiore in difesa del capitale naturale e perciò salvare l’ambiente vorrebbe dire salvare l’economia. Per farlo occorre proteggere l’ambiente facendo in modo che innovazione e crescita accompagnino le ragioni del profitto.
Ciò è successo di fatto attraverso le politiche per il clima. Sta accadendo con le politiche sull’uso delle risorse?

Politiche per il clima economia circolare e innovazione
Il Rapporto dell’Onu «Better Growth, Better Climate» ha preso una netta posizione a favore dell’effetto favorevole che le politiche climatiche esercitano sullo sviluppo. Esse non vengono più considerate soltanto come un’esigenza ma anche un’opportunità per la crescita anche perché’ risultano capaci di sollecitare processi innovativi che non riguardano soltanto e strettamente il settore dell’energia.
La considerazione degli impatti ambientali nell’uso delle risorse naturali apre una questione diversa da quella dell’impatto del clima che si esprime con l’approccio dell’economia circolare.
È naturale pensare che occorra ottimizzare l’uso delle risorse naturali in maniera da renderne l’impiego il più efficiente possibile riducendone l’impiego per ogni livello di produzione.
Allo stesso tempo occorre ridurre gli impatti ambientali delle diverse fasi di produzione dall’estrazione delle risorse medesime, evitando inquinamento, degrado del suolo, trasporto con emissione di CO2, rifiuti.
Riuso, riciclo e remanucturing sono altrettanti must dell’economia circolare… undefinedScarica la relazione completa con i grafici

 

16 Apr2018

30 anni Facoltà di Economia – Università di Roma “Tor Vergata”

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La Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” compie trent’anni.

Lunedì 16 aprile 2018, presso l’Aula Magna della Facoltà in Via Columbia 2, si è svolta la giornata inaugurale delle celebrazioni per il trentennale, che proseguiranno fino all’autunno con un ciclo di incontri tematici.

Le celebrazioni del trentennale si sono aperte con la Lectio Magistralis del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco

Trenta anni di storia (1988-2018), vissuti nel segno dell’eccellenza, hanno dato al Paese oltre 15 mila laureati e centinaia di dottori di ricerca che oggi lavorano con incarichi di prestigio in Italia e all’estero. Una istituzione che sin dalle sue origini ha assicurato una intensa e qualificata attività didattica, di ricerca e di scambi scientifici e culturali di alto livello, in ambito nazionale ed internazionale. Come ha dichiarato il Magnifico Rettore di “Tor Vergata”, Giuseppe Novelli all’apertura della cerimonia: “I risultati di questi primi trenta anni dimostrano che siamo nella giusta direzione di marcia. Grazie a una fervida attività scientifica, un intenso programma di lavoro e di sviluppo di linee di attività a carattere interdisciplinare e innovativo che hanno portato a consolidare una solida reputazione in ambito sia nazionale che internazionale, la Facoltà di Economia rappresenta in modo emblematico l’Ateneo di “Tor Vergata”. Una realtà vivace e pulsante che, con una didattica di qualità e una ricerca all’avanguardia, raggiunge ottimi posizionamenti nei principali ranking mondiali, interpreta in modo determinato la sua vocazione internazionale, attrae un numero crescente di studenti da tutta Italia e da ogni continente, forma esperti e professionisti competenti”.

Il Rettore si è congratulato con il Preside Prof. Giovanni Tria per l’iniziativa e con il Prof. Luigi Paganetto, Professore emerito di Economia politica e primo Preside della Facoltà “per la lungimiranza e la tenacia con cui ha portato avanti la ‘visione’ e il ‘progetto’ di questa Facoltà”. Si è poi complimentatocon tutto il personale docente e tecnico-amministrativo-bibliotecario per i risultati finora ottenuti e ha voluto augurare a tutti “nuovi traguardi da raggiungere, con la stessa passione di ieri e di oggi, nel segno di una istituzione fedele al proprio motto: Oggi, l’Ateneo del domani”.
Grazie alla sua intuizione individuale divenuta patrimonio collettivo e alla determinazione nel costruire una Facoltà a misura di studente, il fondatore Luigi Paganetto è stato insignito della medaglia dell’Ateneo. “Quando sono in questo edificio mi sento a casa e questo riconoscimento mi tocca profondamente. Cogliete appieno tutti gli stimoli che questa Facoltà vi offre per la vostra crescita professionale – ha commentato Paganetto rivolto agli studenti, aggiungendo che – tecnologia, innovazione e internazionalizzazione sono i temi decisivi per il futuro. L’università ha il compito di formare il capitale umano capace di vincere il cambiamento”

Leggi l’articolo completo su uniroma2.it

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Programma dell’evento inaugurale
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Lectio Magistralis di Ignazio Visco “Banche e finanza dopo la crisi: lezioni e sfide

Video

 

Pil mensile: Gennaio 2018

marzo 29th, 2018 by Fuet in Economia italiana / PIL mensile

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Il quadro resta favorevole malgrado un gennaio “freddo”

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La produzione industriale è diminuita oltre le aspettative a gennaio, registrando un -1,9% m/m, rispetto al robusto +2,1% m/m a fine 2017. Il calo è dovuto principalmente alla valutazione dei giorni lavorativi durante le festività natalizie, ma l’indice dovrebbe mostrare un rimbalzo in febbraio. Con effetti a partire da quest’ultima release, l’Istat ha rivisto la metodologia di calcolo dell’indice ed è stato adottato il nuovo anno base 2015. La nuova valutazione in serie storica ha condotto ad una revisione al rialzo della variazione annuale dell’indice per il 2016 e il 2017 (rispettivamente da +1,2% a +1,4% a/a e dal +2,5% al +3,1% a/a), il che segnala rischi al rialzo per la stima definitiva della crescita del PIL reale per entrambe le annualità. Secondo le ultime indagini PMI, il settore manifatturiero in Italia ha continuato ad espandersi a ritmo sostenuto durante il mese di febbraio, supportato da ulteriori e significativi aumenti di produzione, ordini e occupazione. Nonostante la moderazione dell’indice Istat sul clima di fiducia delle imprese nel mese di marzo, le indagini rimangono prossime ai loro massimi storici. La nuova stima per il PIL reale mensile prevede un incremento congiunturale dello 0,08% m/m a gennaio, mentre la crescita su base tendenziale è stimata all’1,54% a/a .

Dati e commento

Data and comment


 

Buona Pasqua 2018!

marzo 31st, 2018 by Fuet in Activities

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[BBL] Natural Capital: from Social to Circular Accounting | Tuesday, April 3 | 12:30-2:00 PM | MC 9-500

aprile 3rd, 2018 by Fuet in Activities / Economia / Economia globale


Overview:

The BBL will discuss the problem of social accounting of natural resources, focusing on natural capital and the “circularity” of the economic process. By re-examining the welfare economic foundations of social accounting through the lenses of neoclassical growth and the Leontiev-Stone Sam accounts, a possible integration of these two systems will be discussed at both the macroeconomic and sector levels. A method will be presented to measure stocks and flows for capital accounting and to estimate appropriate shadow prices for the different components of investment in natural capital, with and without a sector of “circular” capital recovery activities. An empirical application to Kenya and social accounting for water will also be presented.

Chair:

Dan Biller (Sector Manager, MIGEC)

Discussants:

Shanta Devarajan (Senior Director for Development Economics)

Raffaello Cervigni (Lead Environmental Economist)

Glenn-Marie Lange (Senior Environmental Economist)

Presenter:

Pasquale L. Scandizzo. Professor. University of Rome “Tor Vergata”. Pasquale L. Scandizzo holds a Ph.D. from the University of California, Berkeley and is presently Professor of Political Economy, Fellow of the Center for Economic and International Studies, Senior Fellow and Board Member of the Economics Foundation at the University of Rome “Tor Vergata”. He is also President of the Italian Association of Development Economists and President of OpenEconomics, a university spin-off focusing on project evaluation and economic development. His former institutional positions include the Chair of the Center for Economic International Studies, the Governing Board of the Italian Institute of Statistics, the Italian Institute for Economic Planning (President), the National Planning Board, the Parliamentary Budget Committee (Senior Adviser), and the World Bank (Senior Economist).

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12 Apr2018

Vincoli e priorità per l’Italia.
Deficit e Debito Pubblico vs Lavoro e Reddito

12 aprile 2018

Apertura

Luigi Paganetto, Presidente Fondazione Economia e Docente SNA

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Relazioni

Lorenzo Codogno, London School of Economics and Political Science, Senior Fellow LUISS SEP

Giampaolo Galli, Senior Fellow LUISS SEP, già Camera dei Deputati

Andrea Boitani, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Michele Bagella, Università di Roma “Tor Vergata”

Giovanni Tria, Università di Roma “Tor Vergata”

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Interventi

Martino Lo Cascio, Università di Roma “Tor Vergata”

Giovanni Piersanti, Università di Teramo
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Programma

undefined Vincoli e priorità per l’Italia. deficit e debito pubblico vs lavoro e reddito
Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

undefined Crescita, tasse, spesa e debito pubblico. Quale strategia?
Giovanni Tria – Facoltà di Economia, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

undefined Fiscal policy: Great Recession led to a change of views
Lorenzo Codogno – London School of Economics; Giampaolo Galli – LUISS SEP

undefined Deficit e debito pubblico
Andrea Boiatani –
Università Cattolica del Sacro Cuore

undefined La fallacia dell’indicatore di sostenibilità …fiscale debito-PIL
Giovanni Piersanti – Università di Teramo

 

13 Apr2018

La Commissione europea e i Comitati Nazionali per la Produttività

Saluti Istituzionali

Antonia Carparelli, Rappresentanza in Italia della Commissione europea

Introduzione

Luigi Paganetto, Fondazione Economia Tor Vergata <br/>

Interventi

Erik Canton, Commissione europea

Gloria Bartoli, Università LUISS “Guido Carli”

Francesca Lotti e Matteo Bugamelli, Banca d’Italia

Giampaolo Galli, LUISS School of European Political Economy, già Camera dei Deputati

Beniamino Quintieri, SACE

Paolo Reboani, Ministero del Lavoro
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Modera

Ernesto Auci, FIRSTonline, già Camera dei Deputati
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Locandina

 

3 May2018

Sistema Città, Trasporto sostenibile e politiche Urbane

3 maggio 2018

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Giovedì 3 maggio a Roma presso la Sala della Biblioteca della Scuola Nazionale dell’Amministrazione si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

Sistema Città, Trasporto sostenibile e politiche Urbane

All’apertura del Prof. Luigi Paganetto, Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e docente SNA, sono seguite le relazoni di Giuseppe Roma, RUR – Rete Urbana delle Rappresentanze; Maria Prezioso, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”; Ivana Paniccia, Autorità di regolazione dei trasporti ; Mauro Annunziato, ENEA.

Programma

 

15 May2018

L’Europa, la guerra dei dazi e lo sviluppo

15 maggio 2018

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Lo scorso 15 maggio a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

L’Europa, la guerra dei dazi e lo sviluppo

Ad aprire i lavori il nostro Presidente Luigi Paganetto, che ha fatto un’introduzione su “L’Europa, la guerra dei dazi, la disoccupazione tecnologica e la competizione per l’high-tech: tre facce della stessa medaglia?“, a cui è seguita la relazione del Prof. Dominick Salvatore, Fordham University, su “Prospettive di crescita per l’Europa e l’Italia nell’economia mondiale in cambiamento”.
Ne hanno discusso Giampaolo Galli, LUISS School of European Political Economy; Paolo Guerrieri, Sapienza Università di Roma; Pasquale Lucio Scandizzo, Fondazione Economia Tor Vergata.

Programma

undefined Europa, guerra dei dazi, disoccupazione tecnologica e competizione per l’high-tech
Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

 

29 May2018

Pensioni e Welfare

29 maggio 2018

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Martedì 29 maggio a Roma presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

“Pensioni & Welfare”

Ad aprire i lavori il nostro Presidente Luigi Paganetto che ha fatto un’introduzione generale sul tema, a cui sono seguite le relazioni del Dott. Marco Leonardi, Presidenza del Consiglio dei Ministri; e del Prof. Mauro Marè, MEFOP – Società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione.
Ne hanno discusso i Proff. Gloria Bartoli, Università LUISS “Guido Carli”; e Giuseppe Pennisi, CNEL

Programma

 

Il Prof. Paganetto nominato Vice Presidente di
Cassa depositi e prestiti

luglio 24th, 2018 by Fuet in Economia europea / Economia italiana

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CDP: l’Assemblea nomina il nuovo consiglio di amministrazione

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L’Assemblea degli azionisti di Cassa depositi e prestiti Spa (CDP) ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione per gli esercizi 2018, 2019 e 2020.

Sono stati nominati amministratori: Massimo Tononi (Presidente), Fabrizio Palermo (designato alla carica di Amministratore Delegato), Luigi Paganetto (designato alla carica di Vice Presidente), Fabrizia Lapecorella, Fabiana Massa Felsani, Valentino Grant, Francesco Floro Flores, Matteo Melley e Alessandra Ruzzu.
L’Assemblea degli azionisti, nel formulare i migliori auguri di buon lavoro ai nuovi amministratori per il loro incarico, ha ringraziato i consiglieri uscenti per i risultati raggiunti.

Roma, 24 luglio 2018

Scarica il comunicato

 

12 Sep2018

Il mercato, lo Stato azionista e le politiche industriali

12 settembre 2018

Mercoledì 12 settembre a Roma presso l’Aula Magna della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, nell’ambito del Diploma in Management pubblico e politiche economiche europee, si è svolto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

“Il mercato, lo Stato azionista e le politiche industriali”

Ad aprire i lavori Stefano Battini, Presidente SNA e Luigi Paganetto, Presidente FUET. Sono intervenuti, tra gli altri, Patrizio Bianchi, Università degli Studi di Ferrara; Stefano Firpo, Ministero dello Sviluppo Economico; Andrea Montanino, Confindustria; Massimo Mucchetti, Giornalista; Alberto Pera, Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners; Pasquale Lucio Scandizzo, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”; Carlo Scarpa, Università degli Studi di Brescia; Davide Tabarelli, Nomisma Energia; Pasquale Tridico, Università Roma Tre.

Scarica il Programma

Temi discussi nel corso dell’incontro

undefined Produttività, Mercato e Stato (azionista o meno)
Carlo Scarpa – Università degli Studi di Brescia

undefined Energia, ambiente e Stato
Davide Tabarelli – Nomisma Energia

undefined Politiche industriali e cambiamento strutturale per favorire la produttività del lavoro
Pasquale Tridico – Università Roma Tre


 

Stato e mercato, no a ritorni al passato. Ecco cosa si è detto alla SNA

settembre 13th, 2018 by Fuet in Activities / Economia / Revitalizing Europe

Il dibattito organizzato alla Scuola dell’Amministrazione con Luigi Paganetto, Andrea Montanino, Massimo Mucchetti, Patrizio Bianchi, Davide Tabarelli, Stefano Firpo e Pasquale Lucio Scandizzo.

Lo Stato padrone, se mai tornerà, non dovrà commettere certi errori.

Lo Stato avanza o arretra, dipende semplicemente dalla fase storica. Negli anni ’90 l’economia italiana improvvisamente si aprì, dando vita alle prime vere grandi privatizzazioni industriali. Dall’allora Telecom, all’Alitalia, lo Stato uscì progressivamente da diverse industrie. Oggi, con il governo gialloverde, sembra essersi avviato un meccanismo inversamente proporzionale: più aumenta la concorrenza più la mano pubblica si fa pesante. Da Mps a, di nuovo, l’Alitalia. Ma alla fine la domanda, o meglio le domande, di fondo sono: è meglio avere come padrone lo Stato o il libero mercato? E se lo Stato è padrone allora automaticamente ci si guadagna in Pil e ricchezza?

Leggi l’articolo completo su Formiche.net

 

Lo Stato nell’economia può funzionare. A patto che…
Parla Paganetto

settembre 16th, 2018 by Fuet in Activities / Economia / Economia italiana

Un ritorno della mano pubblica nell’industria può avere senso e vantaggi. Basta non ripetere gli errori commessi con le concessioni autostradali. Il commento dell’economista.

Immaginare un ritorno dello Stato in alcuni settori chiave dell’economia si può. Anche nel 2018, a oltre 20 anni dalla stagione delle grandi privatizzazioni industriali, che aprirono la strada alla progressiva dismissioni dell’Iri. Basta farlo con accortezza e senza manovre azzardate.

Un argomento ampiamente dibattuto pochi giorni fa nel corso di un convegno organizzato presso la Scuola nazionale dell’Amministrazione, alla quale hanno partecipato numerosi economisti (qui l’articolo con tutti i dettagli). Tra loro, Luigi Paganetto, presidente della Fondazione economia di Tor Vergata.

A Formiche.net Paganetto spiega perché parlare di ritorno dello Stato nell’economia, proprio mentre il governo gialloverde sembra aver imboccato tale strada, può avere un senso. “Il cambiamento che si sta producendo nel mondo è così ampio da non poter fare a menodell’intervento dello Stato attraverso la politica industriale. Stare sulle frontiere tecnologiche significa investire sulle reti, che erano ieri quelle ferroviare ed elettriche realizzate dallo Stato e possono essere oggi quelle delle telecomunicazioni e dei big data”.

Leggi l’articolo completo su Formiche.net

 

Pil mensile: Luglio 2018

settembre 16th, 2018 by Fuet in Economia / Economia italiana / Monthly GDP / PIL mensile

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La crescita rimane debole in luglio

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Si prevede un ulteriore rallentamento della crescita del PIL reale nel mese di luglio a +0,05% m/m e +1,01% a/a, dovuto al calo della produzione industriale (-1,8% m/m) e al peggioramento degli indicatori congiunturali.
La flessione dell’attività manifatturiera ha interessato tutti i settori, compreso quello dei beni strumentali (-2,2% m/m) che rimangono l’unica componente con una crescita tendenziale positiva (+1,1% a/a). Di conseguenza, la variazione acquisita della produzione industriale per il 3T18 risulta negativa (-1,4% t/t).
I dati più recenti, compresi gli indicatori congiunturali relativi al mese di agosto, confermano il perdurare della fase di debolezza dell’attività economica: il clima di fiducia delle imprese e gli ordini dall’estero si riducono, così come le aspettative di produzione. D’altra parte, alcuni segnali positivi provengono dai consumi elettrici e delle immatricolazioni di nuove autovetture.
Nel complesso, tenuto conto del possibile impatto di aggiustamenti legati a fattori di stagionalità, in agosto si attende un rimbalzo dell’attività economica.

Dati e commento

Data and comment

 

Chi è Stato? – “Ma una presenza pubblica nell’economia serve”

di Luigi Paganetto

ottobre 12th, 2018 by Fuet in Economia / Economia italiana / Press & Media

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L’articolo del Prof. Luigi Paganetto per la Rivista Formiche Chi è Stato? “Chi minaccia lo Stato di diritto? (Ottobre 2018)


 

Vi racconto il Nobel all’economia plurale un pensiero (amaro) per l’Italia.

di Maurizio Decastri

ottobre 9th, 2018 by Fuet in Economia / Economia globale

Il commento al premio Nobel per l’economia di Maurizio Decastri, Prorettore dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Ordinario presso la Facoltà di Economia.

È un premio Nobel per l’Economia dedicato alle esternalità, agli effetti che scelte economiche hanno sul “resto del mondo”. E, forse, dedicato alla rilevanza dei temi oggetto di ricerca, oltre che agli autori.

Le esternalità negative di Nordhaus sono quelle prodotte dal cambiamento climatico sull’economia. Le esternalità positive di Romer riguardano gli effetti dell’innovazione sull’economia. Oltre alla differenza “algebrica”, cambia in modo significativo il perimetro di efficacia: le esternalità negative sono “plurali”, si possono combattere solo insieme, con politiche e regole omogenee e valide su tutto il globo. Le esternalità positive possono invece essere “singolari”, ossia possono essere prodotti da una comunità isolata e divenire un fattore competitivo.

Leggi l’articolo completo su Formiche.net

 

19 Oct2018

Mezzogiorno d’Italia: Ultima spiaggia

Il 19 e 20 ottobre 2018 a Capri si è tenuto il Forum “Mezzogiorno d’Italia: Ultima spiaggia“, organizzato dall’Associazione EUR.A.PRO.MEZ. con la collaborazione della Fondazione Economia Tor Vergata e il coordinamento scientifico del Prof. Luigi Paganetto.

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Guarda il magazine multimediale con le interviste ai relatori del Forum.

undefinedRassegna stampa dell’evento

undefinedLocandina

undefinedProgramma

 

Pil mensile: Agosto 2018

ottobre 11th, 2018 by Fuet in Economia / Economia italiana / Monthly GDP / PIL mensile

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La crescita rimane modesta nonostante il recupero della produzione industriale ad agosto

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La produzione industriale aumenta ad agosto dell’1,7% m/m, risultando sensibilmente al di sopra delle aspettative di consenso e annullando il calo dell’1,6% m/m registrato a luglio (dato rivisto al rialzo dall’1,8% m/m della precedente stima). L’espansione è stata diffusa a tutti i settori, con i beni strumentali che registrano il rimbalzo più forte al +3,6% m/m. Nonostante il peggioramento delle indagini conguinturali (il PMI manifatturiero rasenta il limite della contrazione tra agosto e settembre), si stima che la crescita del PIL rimanga su un tasso di espansione moderata intorno allo 0,2% su base trimestrale nel 3T e nel 4T dell’anno. In linea con tale previsione, la stima aggiornata della crescita mensile del PIL reale indica un’espansione dello 0,07% m/m ad agosto (+1,0% a/a).

Dati e commento

Data and comment

 

14 Nov2018

Investimenti pubblici, innovazione e sviluppo sostenibile.
Il ruolo dello stato azionista

14 novembre 2018

Mercoledì 14 novembre a Roma presso l’Aula Magna della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, nell’ambito del Diploma in Management pubblico e politiche economiche europee, si è tenuto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

Investimenti pubblici, innovazione e sviluppo sostenibile. Il ruolo dello Stato azionista

Ad aprire i lavori Luigi Paganetto, Presidente FUET e coordinatore del Gruppo dei 20 che ha fatto un’introduzione generale su ” Lo Stato azionista e l’investimento per l’innovazione e lo sviluppo“, a cui è seguita la relazione di Lorenzo Fioramonti, Viceministro Istruzione, Università e Ricerca. Hanno partecipato al dibattito Pasquale Lucio Scandizzo, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”; Massimo Mucchetti, già Presidente Commissione industria Senato; Franco Bassanini, Presidente Open Fiber; Beniamino Quintieri, Presidente SACE; Alessandra Genco, CFO Leonardo; Claudio Dicembrino, Head Macroeconomic Analysis Enel.

undefinedScarica la Locandina

Temi discussi nel corso della conferenza

Lo Stato azionista e l’investimento per l’innovazione e lo sviluppo
Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

La Nota di Aggiornamento del DEF dà priorità e centralità al rilancio degli investimenti: “Il rilancio degli investimenti è una componente importante della politica economica del Governo e uno strumento essenziale per perseguire obiettivi di sviluppo economico sostenibile. Il Governo è convinto che gli investimenti pubblici e privati siano l’ingrediente cruciale della crescita e possano dispiegarsi in forme sinergiche solo se un favorevole ambiente economico e sociale è assicurato dalla azione normativa e dall’attività della PA”.
È di vitale importanza per il Paese investire sull’innovazione e sulla tecnologia, per recuperare un gap consistente sul digitale, sull’offerta di servizi, sulla penetrazione della banda larga seppure con differenze territoriali e sulle competenze digitali. Il settore pubblico deve avere un ruolo trainante nel trasformare il nostro Paese in una Smart Nation. La Commissione Europea intende investire 9,2 miliardi per lo sviluppo di settori chiave per l’innovazione (Super computer, Intelligenza Artificiale, Cyber sicurezza, competenze digitali, trasformazione digitale della PA). Il Governo intende promuovere una strategia nazionale sulla tecnologia blockchain.
Per realizzare tutto questo, occorrono politiche che forniscano indicazioni tecnologiche e settoriali esplicite per raggiungere gli obbiettivi. La questione centrale che l’incontro vuole affrontare è come e in che misura a tutto questo possono contribuire le imprese partecipate dallo Stato e i finanziamenti erogati dagli Istituti di Promozione dello sviluppo come La Cassa Depositi e Prestiti. undefined Scarica la presentazione con i grafici.

undefined Gli Investimenti Pubblici e lo Stato Imprenditore
Pasquale Lucio Scandizzo – Fondazione Economia Tor Vergata

undefined Export e Infrastrutture
Beniamino Quintieri – Presidente SACE

undefined Investimenti, innovazione e sviluppo sostenibile: il posizionamento del Gruppo Enel
Claudio Dicembrino – Head of Macroeconomic and Energy Analysis and Forecasting, Enel Group

 

Pil mensile: Settembre 2018

novembre 19th, 2018 by Fuet in Economia / Economia italiana / Monthly GDP / PIL mensile

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Il ritmo di crescita resta debole

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In base alla stima preliminare rilasciata dall’ISTAT, il PIL reale ha registrato una crescita piatta nel 3T18 a causa del contributo nullo sia della domanda interna che della componente estera netta. Tale informazione, unitamente al peggioramento degli indicatori hard e soft, porta a rivedere al ribasso le aspettative di crescita.Si stima che il PIL reale resti sostanzialmente invariato a settembre (+0,04% m/m), con una crescita tendenziale dello 0,74% a/a.La produzione industriale è diminuita dello 0,2% m/m a settembre, dopo l’incremento dell’1,7% m/m registrato in agosto, sebbene la crescita su base tendenziale sia tornata ad essere positiva (+1,4% a/a).Le indagini congiunturali sembrano segnalare che la debolezza del ciclo economico possa essersi estesa anche al 4T. Secondo la lettura definitiva di ottobre, il composite PMI è diminuito portandosi al di sotto della soglia di espansione (49.3) per la prima volta dal dicembre 2014 e l’indagine sul clima di fiducia delle imprese manifatturiere e quella sulle aspettative di produzione sono risultate in peggioramento.

Dati e commento

Data and comment

 

Manovra e innovazione. Vi spiego come trasformare l’Italia in una Smart Nation

di Luigi Paganetto

novembre 25th, 2018 by Fuet in Economia italiana / Revitalizing Europe

Si tratta di un programma di medio periodo che dovrebbe impegnare le forze politiche per un’intera legislatura. Ne saranno capaci? L’analisi di Luigi Paganetto, presidente Fondazione Economia e Coordinatore Gruppo dei 20 – Revitalizing Anaemic Europe, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

La Nota di aggiornamento al Def (NaDef) dà priorità e centralità al rilancio degli investimenti: “Il rilancio degli investimenti è una componente importante della politica economica del governo e uno strumento essenziale per perseguire obiettivi di sviluppo economico sostenibile”. Si sa che il rilancio degli investimenti è frenato non solo da vincoli di bilancio, ma anche da una serie di fattori di natura legale, burocratica e organizzativa che si sono accumulati nel corso degli anni. Al di là della questione degli investimenti, quel che conta è che la NaDef ritiene di vitale importanza per il Paese investire sull’innovazione e sulla tecnologia, per recuperare un gap consistente sul digitale, sull’offerta di servizi, sulla penetrazione della banda larga, seppure con differenze territoriali e sulle competenze digitali.

In quest’ottica il governo intende promuovere una strategia nazionale per realizzare le sinergie che sono necessarie per creare valore nei settori della Ricerca e Sviluppo, della formazione di capitale umano e delle infrastrutture. Non solo. Ma il settore pubblico intende avere un ruolo trainante e trasformare il nostro Paese in una “smart nation”. È una scelta importante perché vi è una stretta relazione tra la velocità della ripresa e il desiderio e la capacità di innovare. La sua proxy è la dinamica del Tfp. Non va mai dimenticato che il Tfp, in Italia, ha un andamento piatto dalla fine degli anni ‘90. Ma come realizzare in concreto la scelta per l’innovazione?

Leggi l’articolo completo su Formiche.net

Si tratta di un programma di medio periodo che dovrebbe impegnare le forze politiche per un’intera legislatura. Ne saranno capaci? L’analisi di Luigi Paganetto, presidente Fondazione Economia e Coordinatore Gruppo dei 20 – Revitalizing Anaemic Europe, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”
 

Usiamo tutto il deficit pubblico per finanziare gli investimenti

Intervista a Luigi Paganetto

novembre 28th, 2018 by Fuet in Economia / Economia italiana / Press & Media

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Leggi l’intervista completa

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Paganetto: «CDP si liberi della logica di sportello. Merita un ruolo guida nello sviluppo»

dicembre 3rd, 2018 by Fuet in Activities / Economia / Economia italiana

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Leggi l’intervista completa

 

18 Dec2018

La sfida della riforma dell’eurozona e le proposte franco-tedesche

18 dicembre 2018

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Martedì 18 dicembre presso l’Aula Magna della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, nell’ambito del Diploma in Management pubblico e politiche economiche europee, si è tenuto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

La sfida della riforma dell’eurozona e le proposte franco-tedesche

Ad aprire i lavori Luigi Paganetto, Presidente FUET e coordinatore del Gruppo dei 20, che ha presentato una relazione generale su “La sfida della riforma dell’euro, i beni pubblici e le proposte franco-tedesche“, a cui sono seguiti gli interventi di Giandomenico Magliano, MAECI e già Ambasciatore d’Italia in Francia; Rainer Stefano Masera, Università degli Studi Guglielmo Marconi; Roberto Adam, Scuola Nazionale dell’Amministrazione; Maurizio Melani, Link Campus University; Luigi Bonatti, Università di Trento, Digital University; Giuseppe Buccino Grimaldi, Direttore Generale per l’Unione Europea, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

undefined Scarica la locandina

Temi discussi nel corso della conferenza


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La sfida della riforma dell’euro, i beni pubblici e le proposte franco-tedesche
Luigi Paganetto – Presidente Fondazione Economia Tor Vergata e Docente SNA

undefined EMU: political, institutional, monetary and economic issues.
An Italian perspective

Rainer Stefano Masera – Università degli Studi Guglielmo Marconi

undefined Le proposte franco-tedesche e la gestione dei rischi all’interno dell’Eurozona
Luigi Bonatti - Università degli Studi di Trento

undefined L’esigenza di una riforma della governance dell’Eurozona e degli strumenti di intervento
Maurizio Melani - Link Campus University


 

Pil mensile: Ottobre 2018

dicembre 16th, 2018 by Fuet in Economia / Economia italiana / Monthly GDP / PIL mensile

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Lieve incremento dell’attività economica ad ottobre

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Si stima che la crescita economica sia lievemente aumentata ad ottobre allo 0.06% m/m (dallo 0,01% della stima rivista per il mese di settembre) portando ad un’espansione su base tendenziale dello 0,5%.I più recenti indicatori economici indicano un modesto miglioramento dell’attività economica per il mese di ottobre. La produzione industriale è cresciuta dello 0,1% m/m, contrariamente alle attese di una contrazione congiunturale, dopo la diminuzione dello 0,1% registrata in settembre (dato rivisto in miglioramento dall’iniziale -0,2%). La modesta espansione è risultata diffusa a tutti i settori industriali, con la sola eccezione di quello dell’energia che ha subito un’ampia contrazione.Il clima di fiducia delle imprese rimane tuttavia debole. La lettura finale dell’indice PMI composito per il mese di novembre si conferma al di sotto della soglia di espansione a 49,3 (come in ottobre), in linea con aspettative per una crescita modesta nel 4T.

Dati e commento

Data and comment

 

Pil mensile: Novembre 2018

gennaio 15th, 2019 by Fuet in Economia / Economia italiana / Monthly GDP / PIL mensile

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Rischi di una seconda flessione congiunturale consecutiva del
PIL nel 4° Trimestre

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Gli indicatori economici segnalano rischi di una seconda flessione congiunturale consecutiva del PIL nel 4T a causa di un risultato di produzione industriale molto al di sotto delle attese a novembre e di un generalizzato peggioramento del clima di fiducia delle imprese.
La stima rivista del PIL reale mensile si riduce allo 0,03% m/m a novembre, implicando un’espansione su base tendenziale non superiore allo 0,4% a/a. La produzione industriale si è contratta inaspettatamente dell’1,6% m/m a novembre, dopo due mesi di lieve flessione (-0,1% m/m). Il dettaglio per componenti mostra una debolezza diffusa, con la sola eccezione della produzione di energia: i beni intermedi hanno registrato la riduzione più marcata (-2,4% m/m) seguiti dai beni di investimento (-1,7% m/m), dai beni di consumo durevoli (-1,5% m/m) e non durevoli (-0,7% m/m) mentre l’energia è cresciuta dell’1,0% m/m.
Le indagini sulla fiducia delle imprese indicano un’attività economica stagnante anche a dicembre: il PMI composito riflette la debolezza della produzione del manifatturiero, restando sostenuto soltanto da un modesto recupero dei servizi (+0,2 punti a 50,5) tornati al di sopra della soglia di espansione da novembre
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Dati e commento

Data and comment

 

Bassa occupazione, declino demografico e immigrazione

di Luigi Bonatti

febbraio 19th, 2019 by Fuet in Economia europea / Economia italiana

Può l’immigrazione curare la patologia italiana (bassa occupazione, crescita anemica e declino demografico)?
Nella sua forma attuale, il populismo italiano è un animale bicefalo a due bocche: la prima si è alimentata della mancata inclusione nell’economia formale di un grande numero di italiani (concentrati nel Sud), mentre la seconda si è nutrita principalmente del notevole afflusso di migranti di questi ultimi anni (che il Paese non è strutturalmente in grado d’integrare decentemente) e del disagio con cui ciò è stato vissuto da un’ampia parte della società italiana.
Il nesso che lega i due fenomeni può essere colto solo sfuggendo alla diatriba tra truce propaganda anti-immigrati da una parte e retorica dell’accoglienza dall’altra, e riflettendo su un dato di fatto: l’Italia – insieme ad altri paesi dell’Europa meridionale – rappresenta un’anomalia nella storia dei movimenti migratori, quella cioè di un Paese che nell’ultimo trentennio ha attratto un numero sostanzioso di migranti pur essendo afflitto da disoccupazione strutturale (in particolare giovanile) e soprattutto da bassa partecipazione al mercato del lavoro. Effettivamente, l’Italia è l’unico tra i Paesi industrializzati europei – con Grecia e Turchia – ad avere un tasso di occupazione (percentuale di occupati tra coloro in età da lavoro) stabilmente al di sotto del 60% (vedi figura 1), ovvero circa 10 punti percentuali sotto la media dell’UE (se il tasso di occupazione italiano fosse uguale a quello medio europeo, avremmo quasi 4 milioni di occupati in più dei poco più di 23 milioni che abbiamo attualmente) e addirittura quasi 20 punti in meno dei Paesi europei più virtuosi.

Figura 1: tasso di occupazione nei paesi Ocse, 2018 (% popolazione in età da lavoro che è occupata)

Fonte: Ocse

A spingere la media italiana molto sotto quella europea è il Mezzogiorno: solo il 44% dei meridionali in età da lavoro hanno un’occupazione (tra le donne si scende al 32%, un tasso paragonabile solo a quello delle donne turche). A questo riguardo, va notato che, se il reddito pro capite del Sud è il 56% di quello del resto del Paese (la stessa percentuale dell’inizio degli anni 70 del secolo scorso!), circa metà di questo enorme divario è da attribuire al più basso tasso di occupazione (l’altra metà alla più bassa produttività). In altre parole, se il Sud avesse il tasso di occupazione del resto del Paese avrebbe già dimezzato il suo divario in termini di reddito pro capite.

Accanto alle tante italiane e italiani che non lavorano, ci sono oggi in Italia – secondo le statistiche ufficiali – circa due milioni e mezzo di occupati stranieri sui poco più di 5 milioni di stranieri regolarmente residenti (vedi tabella 1). Con poche eccezioni, costoro sono occupati in attività a basso o bassissimo valore aggiunto: badanti, domestici, addetti alla pulizia, braccianti agricoli, operai non qualificati, titolari di microimprese nel piccolo commercio o nell’edilizia, ecc. (vedi figura 2), e i loro redditi si concentrano nella coda più bassa della distribuzione (secondo i dati INPS la retribuzione media annua di un dipendente extracomunitario è inferiore del 35% a quella del complesso dei lavoratori: 13.927 euro contro 21.509 euro). Non c’è quindi da sorprendersi se un gran numero di famiglie straniere regolarmente residenti sono povere o molto povere: l’aumento della povertà relativa riscontrato in Italia in questi ultimi anni è interamente dovuto agli stranieri (vedi figura 3), e il 30% di essi è in condizioni di assoluta povertà (vedi tabella 2). E’ poi probabile che l’incidenza della povertà sia alta anche tra quei circa 1.300 mila italiani che hanno acquisito la cittadinanza nell’ultimo quindicennio.

Stranieri regolarmente residenti in età da lavoro (15-64 anni): 4.100.826
Stranieri regolarmente residenti occupati: 2.430.409 (59,3% degli stranieri in età da lavoro)*
Stranieri regolarmente residenti disoccupati: 415.229 (10,1% degli stranieri in età da lavoro)°
Stranieri regolarmente residenti inattivi: 1.255.187 (30,6% degli stranieri in età da lavoro)”

In prospettiva futura, quanto sopra avrà due prevedibili conseguenze. La prima getta dubbi sul presunto contributo che, secondo alcuni, gli immigrati apporterebbero alla sostenibilità della finanza pubblica italiana. Attualmente, infatti, la popolazione di origine straniera, essendo per lo più entrata in Italia in anni relativamente recenti, tende ad essere più giovane di quella nativa e bilancia il fatto di pagare poche tasse e contributi previdenziali (a causa dei bassi o bassissimi redditi di cui dispone e dei lavori precari che spesso svolge) con il fatto di usufruire meno di quella nativa di prestazioni previdenziali e sanitarie. Presto però non sarà più così. Essa avrà inoltre bisogno di forti interventi di carattere assistenziale per contrastare l’alta incidenza della povertà tra le famiglie di origine straniera (già col reddito di cittadinanza questo diverrà evidente). La seconda conseguenza è che, in un Paese a bassa mobilità intergenerazionale come l’Italia, molti immigrati di seconda generazione rischiano di restare segregati in attività precarie e al limite della sussistenza. Si cronicizzerebbe così quanto è già visibile oggi, cioè la massiccia presenza di un sotto-proletariato di origine straniera, rendendo endemiche situazioni di acuta disuguaglianza foriere di rabbia e tensioni sociali.

L’aumento netto dell’occupazione riscontrato in Italia in quest’ultimo quarto di secolo è stato dovuto in parte considerevole a lavoratori immigrati impegnati in attività a bassa qualifica, contribuendo in tal modo a determinare quella stagnazione della produttività aggregata che è stato uno dei tratti distintivi dello sviluppo italiano dell’ultimo ventennio (vedi figura 4). Evidentemente, solo in piccola misura si è materializzato in Italia quell’effetto positivo su produttività e PIL pro capite che il lavoro non qualificato di origine straniera ha avuto in altre economie avanzate, permettendo alla forza lavoro nativa di spostarsi verso attività a più alto valore aggiunto (come ad esempio quando l’offerta di lavoro straniera a basso costo per i servizi di cura favorisce la partecipazione delle donne native al mercato del lavoro). Tale beneficio in termini di PIL pro capite viene pressoché vanificato se permangono nel Paese ospitante cospicue sacche di lavoratori nativi non qualificati che non sono occupati e che reclamano sussidi e trasferimenti (vedi reddito di cittadinanza). Questo è il caso dell’Italia, dove i nativi a bassa qualifica che sono disoccupati o inattivi rappresentano una quota sostanziale della popolazione in età da lavoro. Il rischio è che, in presenza di una specializzazione produttiva quale quella italiana caratterizzata da un numero relativamente modesto di impresetecnologicamente avanzate, e di un mercato del lavoro fortemente dualistico quale il nostro, la disponibilità di un’ampia offerta di manodopera immigrata disponibile a lavorare per salari molto bassi (in Italia, anche tanti immigrati con titoli di studio superiori accettano lavori a bassa qualifica e malpagati) favorisca anche in futuro delle modalità produttive più intensive nell’uso di lavoro non qualificato e una composizione del prodotto sbilanciata verso beni e servizi a bassa tecnologia. In altre parole, è concreta la possibilità che l’immigrazione contribuisca ad ancorare l’economia italiana su un sentiero a scarso contenuto tecnologico e bassa domanda di lavoro qualificato.

A ciò si è soliti obiettare che comunque all’immigrazione non c’è alternativa, in quanto il calo demografico in atto in Italia impone il ricorso agli immigrati per far fronte alla futura carenza di lavoratori. Questo a rigore è falso, ed è possibile appurarlo anche con un calcolo approssimativo. Accettando infatti le proiezioni dell’ISTAT o dell’Agenzia della Popolazione dell’ONU, secondo le quali l’Italia – in assenza di flussi migratori – avrà a metà di questo secolo intorno ai 51 milioni di abitanti (contro i più di 60 milioni che ha attualmente), è facile calcolare che, se l’Italia avesse allora il rapporto occupati-popolazione che la Germania ha oggi, il nostro Paese avrebbe 4 milioni di occupati in più di quanti ne ha ora. Inoltre, un graduale ma consistente aumento del tasso di occupazione non solo permetterebbe a breve-medio termine di gestire la transizione demografica correntemente in atto senza dover necessariamente ricorrere a manodopera di origine straniera, consentendo al tempo stesso di far crescere il reddito pro capite soprattutto nelle aree dove oggi è più basso, ma creerebbe le basi per un progressivo recupero della natalità. L’evidenza internazionale mostra infatti che esiste una relazione positiva tra tasso di occupazione e tasso di fecondità (vedi figura 5), e anche dall’esperienza italiana appare come la difficoltà di trovare lavori che diano un reddito accettabile e sufficientemente stabile induca i giovani a posticipare o addirittura a rinunciare a fare figli.

Resta però il fatto che gli italiani certi lavori – quelli che in prevalenza svolgono gli immigrati – non vogliono più farli. Occorrerebbero dunque delle politiche pubbliche che li incentivassero a farli. In generale, è chiaro che per dare un lavoro decente a quei tre milioni circa di persone con i quali avvicineremmo il tasso di occupazione italiano alla media europea servirebbe un mix di policy che vadano in direzione opposta a quelle assistenziali volute dall’attuale governo. Esse andrebbero infatti volte da una parte a creare le condizioni per attrarre/favorire lo sviluppo di imprese competitive, favorendo così quell’up-grading tecnologico della struttura produttiva italiana che è conditio sine qua non per la creazione di buoni posti di lavoro (soprattutto nelle aree attualmente più depresse), edall’altra a rendere appetibili per la popolazione autoctona quelle attività a basso valore aggiunto – prevalentemente nei servizi – senza le quali sarebbe del tutto irrealistico e velleitario alzare significativamente il tasso di occupazione (soprattutto là dove ora è più basso, cioè nel Sud). Non c’è qui lo spazio per entrare in dettagli, ma uno degli strumenti da considerare, accanto alla diminuzione sostanziale e permanente del cuneo fiscale, è quello proposto dal Nobel Edmund Phelps, ovvero i sussidi alle imprese che danno lavoro continuativo a lavoratori a bassa qualifica.

In sintesi, alzare sostanzialmente e permanentemente il tasso di occupazione italiano richiederebbe delle politiche pubbliche costose. D’altra parte, anche importare manodopera straniera renderebbe necessarie costose politiche di integrazione, oltreché ingenti spese per il contrasto alla povertà. Un rialzo consistente del tasso di occupazione comporterebbe inoltre che gli italiani tornassero – con adeguati incentivi – a fare una serie di lavori che in questi ultimi decenni sono divenuti progressivamente prerogativa degli immigrati. Alla luce di una realistica valutazione del potenziale di crescita di lungo periodo dell’economia italiana, ciò appare incompatibile con l’assorbimento e l’integrazione di nuovi flussi migratori quali quelli degli ultimi decenni (o dell’ordine dei 191 mila di media annua previsti dall’ISTAT nelle sue proiezioni da oggi al 2070). Condizione strutturale per l’integrazione degli immigrati è infatti che abbiano lavori regolari pagati decentemente. Non si vede come questo sia realizzabile integrando nel contempo quegli italiani che sono oggi fuori dall’economia formale, creando cioè un numero di posti sufficientemente attraenti per dare lavoro a quei circa 3 milioni e mezzo di persone attualmente non occupate (per lo più residenti nel Sud) con cui potremmo allineare il nostro tasso di occupazione alla media UE e soprattutto alzare notevolmente il nostro reddito pro capite (in particolare nel Sud).

Concludendo: in Italia non appare auspicabile perpetuare un modello di sviluppo in cui al calo demografico della popolazione autoctona viene fatto fronte con un flusso persistente di immigrati.Tale modello prefigura infatti il consolidamento della tendenza alla formazione, peraltro già da tempo in atto, di consistenti nuclei di popolazione povera di origine non italiana dedita ad attività a basso o bassissimo valore aggiunto, in occupazioni precarie o nell’economia sommersa, a sostegno della quale occorreranno forti aumenti di spesa sociale, necessari a mitigare gli effetti deteriori di situazioni di segregazione e di acuta disuguaglianza tra abitanti dello stesso Paese. Esso tende inoltre a perpetuare il patologico coesistere di una forte presenza di lavoratori di origine straniera con il basso tasso di occupazione della popolazione autoctona in vaste aree del Paese (in particolare nel Mezzogiorno), la quale invoca assistenza a causa del livello troppo basso dei propri redditi. Curare a fondo questa patologia consentirebbe di tagliare l’erba sotto i piedi al populismo italiano e soprattutto di migliorare la qualità della vita di milioni di italiani. La grande sfida che le componenti più responsabili della società italiana devono affrontare è quindi quella di mettere a punto l’insieme di politiche necessarie a curare tale patologia, di coagulare intorno ad esse il necessario consenso e di realizzarle con coerenza, sapendo che esse richiedono perseveranza e tempi lunghi.

 

Strategie di sicurezza e politica estera nell’Unione

di Maurizio Melani

Le minacce alla sicurezza europea
La strategia europea di sicurezza (SES) predisposta dall’allora Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, Javier Solana, adottata dal Consiglio Europeo a Presidenza italiana nel dicembre 2003, individuava quattro cruciali minacce alla sicurezza dell’UE, in un contesto nel quale il preambolo del documento approvato affermava che “Mai l’Europa è stata cosi prospera, sicura e libera” e che “alla violenza della prima metà del XX secolo è seguito un periodo di pace e stabilità senza precedenti nella storia europea”.

Quattro minacce erano state individuate dalla strategia.
1
) Il terrorismo. Aveva colpito gli Stati Uniti nel 2001 con i drammatici attacchi a New York e a Washington e poi in Gran Bretagna e in Spagna. Si sarebbe poi riproposto con forza dieci anni dopo, a seguito degli effetti della guerra in Iraq e poi delle vicende in varie parti del Medio Oriente e dell’Africa innescate dalle primavere arabe e dal collasso di regimi ormai in larga parte privi di legittimazioni e adesioni popolari. In termini quantitativi ha colpito con la sua matrice islamista jihadista soprattutto in quelle regioni nel quadro delle lotte per il loro controllo da parte di potenze regionali ed esterne, ma anche in Asia e in Europa, in particolare in Francia con oltre un centinaio di vittime, in Germania e in Spagna.
2
) La proliferazione delle armi di distruzione di massa, con il pericolo che gli strumenti internazionali per il loro controllo nei settori chimico, batteriologico e nucleare vengano vanificati nell’ambito di corse agli armamenti soprattutto nella regione mediorientale. Di particolare preoccupazione era in quel momento il programma nucleare iraniano per il quale sarebbe stato poi avviato un negoziato conclusosi nel 2015 con un accordo che sanciva l’arresto delle potenzialità militari di quel programma nel rigoroso rispetto, adeguatamente controllato, del Trattato di non proliferazione nucleare e delle sue clausole di salvaguardia. Il ritiro dell’Amministrazione Trump da quell’accordo, per il quale si era fortemente impegnata l’Amministrazione Obama, ha riattivato il grave pericolo di un rilancio della proliferazione che dall’Iran si estenderebbe a tutti gli altri paesi della regione ed oltre. E ciò mentre ha luogo un progressivo smantellamento, non previsto quando fu adottata la SES e particolarmente preoccupante per l’Europa, del sistema di controllo degli armamenti strategici e di teatro messo a punto durante la guerra fredda.
3
) I conflitti regionali. Alimentano le prime due minacce e ne sono a loro volta alimentati. Soprattutto quelli nel vicinato. Possono avere effetti gravi sul piano economico e producono flussi di rifugiati verso i paesi vicini e l’Europa.
4
) Gli stati falliti, come allora la Somalia, la Liberia, l’Afghanistan, alcuni stati balcanici prima della stabilizzazione facilitata dalla comunità internazionale, e poi in una certa fase l’Iraq e un decennio dopo la Siria, la Libia e di nuovo l’Iraq. Anch’essi fattori di terrorismo e allo stesso tempo frutto e alimento dei conflitti regionali e della quarta minaccia individuata.
La criminalità organizzata
che sviluppa i suoi multiformi traffici grazie agli stati falliti e agli spazi aperti dai conflitti regionali.

Il documento individuava quindi una serie di azioni strategiche per affrontare quelle minacce. Misure di carattere interno, come una crescente collaborazione di apparati di sicurezza e giudiziari, con lacune nella loro attuazione ma con una intensità come mai si era verificato in passato. Ma anche e soprattutto di politica estera, con strumenti diplomatici, di institution building e militari nel quadro della Politica Europea di Sicurezza e di Difesa messa a punto nei primi anni del nuovo secolo. Abbiamo già menzionato quelli contro la proliferazione cui vanno aggiunte le azioni di stabilizzazione e costruzione democratica soprattutto nei Balcani, in Africa e in Medio Oriente, in collaborazione con Nazioni Unite e a seconda dei casi con NATO e organizzazioni regionali come OSCE e Unione Africana, diretti a ristabilire stabilità e sicurezza nel nostro vicinato. Cruciale è infatti, secondo la strategia definita nel 2003, la costruzione di un ordine internazionale basato su un “multilateralismo efficace”.

Gli arretramenti nell’azione comune
Su questo sforzo, che ha dato in quegli anni all’UE un certo, anche se insufficiente, protagonismo grazie ad una ampia convergenza di intenti seppure non facile da realizzare, hanno pero poi inciso una serie di sviluppi che hanno introdotto fattori di crisi nella costruzione europea e nella sua azione esterna.
Un segnale forte in questo senso lo hanno dato nel 2005 i referendum che in Francia e nei Paesi Bassi hanno respinto il Trattato per una Costituzione europea diretto a porre su basi più solide il processo di integrazione. In entrambi i referendum i no, sostenuti da forze di destra e di sinistra estranee o staccatesi dai mainstreams europeisti socialisti e conservatori, prevalsero di stretta misura ma evidenziarono difficoltà che si sarebbero ampliate in diversi paesi negli anni successivi. Importanti fattori di questa tendenza di sostanziale ripiegamento nazionalista furono fin da allora i timori per una globalizzazione che, non adeguatamente governata, avrebbe prodotto in Europa riduzioni dell’occupazione soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione e nei settori meno competitivi del sistema produttivo. A questo si aggiungevano i timori per la concorrenza di lavoratori provenienti dai paesi dell’Europa Centro Orientale che stavano completando in quegli anni l’adesione all’UE (la sindrome dell’ “idraulico polacco”).
Una ulteriore spinta alla disaffezione e alle divaricazioni tra stati membri venne negli anni successivi dalla crisi del 2008-2009 innescata negli Stati Uniti con conseguenze fortemente recessive in Europa, seguita da quella prodotta nel 2010-2011 dagli eccessi di debito sovrano in diversi paesi evidenziati dalla situazione greca e dai suoi effetti di contagio sulla sfiducia dei mercati verso la sostenibilità di tali debiti soprattutto in Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna. La reazione delle Istituzioni europee, in un processo nel quale sono emerse divisioni con equilibri nei quali hanno prevalso le posizioni della Germania e dei paesi del Nord Europa ad essa più legati, ha consentito di scongiurare i rischi di un collasso della moneta unica e quindi dell’intera costruzione europea come si era sviluppata negli ultimi decenni. Sono stati infatti messi in campo strumenti di intervento giudicati sufficienti dai mercati finanziari ma al prezzo di enormi sacrifici in certi paesi che hanno contribuito ad una accentuazione delle diseguaglianze e di sentimenti di rifiuto di un sistema identificato anche con i vincoli europei. Nella stessa direzione hanno giocato anche gli effetti sull’occupazione della rivoluzione tecnologica.
Nei paesi del Nord Europa con più sostenibili livelli di debito e timori di doversi accollare eccessivi debiti altrui si è diffusa una speculare e opposta tendenza di disaffezione verso l’integrazione europea. Gli aspetti pro-ciclici di queste politiche sono stati parzialmente mitigati dalle misure monetarie espansive praticate dal Presidente della BCE Mario Draghi malgrado le resistenze tedesche.
Su questi divaricanti sentimenti hanno prosperato forze sovraniste, populiste e nazionaliste di varia natura che hanno anche strumentalizzato il disagio e i problemi di gestione di un forte afflusso di rifugiati e richiedenti asilo dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia centrale e meridionale, provocato dai conflitti regionali sopracitati e da processi di crescita squilibrata e spesso discriminante nel quadro della globalizzazione che pur ha avuto effetti di uscita dalla povertà di molte centinaia di milioni di persone, nonché’ dai dissesti ambientali prodotti dai cambiamenti climatici.
Nel 2008 vi era stato una valutazione dell’attuazione della SES che in qualche modo aggiornava le minacce. A quelle già indicate sono stata aggiunte la pirateria, il traffico di piccole armi, le pandemie, i pericoli nell’approvvigionamento energetico e gli attacchi informatici, in buona parte intrecciati con le altre tra le quali il terrorismo, di cui sono stati evidenziati nuovi fattori fuori e dentro l’Unione, e la criminalità organizzata che stavano conoscendo una evoluzione legata anche a sviluppi di vario tipo nei progressi tecnologici e nella globalizzazione. I propositi di rafforzamento degli strumenti sono stati però nella fase immediatamente successiva frenati dai fenomeni di allentamento della spinta all’integrazione evidenziati nei paragrafi precedenti.
Il legame posto tra sicurezza energetica e cambiamenti climatici, definito nel documento “moltiplicatore di minacce”, ha comunque contribuito all’ adozione delle direttive del programma 20-20-20 in materia di riduzione delle emissioni ed efficientamento, aggiornate dalle decisioni del 2014 nella prospettiva 2030 verso una maggiore diversificazione degli approvvigionamenti e la creazione di un efficace Unione dell’energia. La piena consapevolezza di questo nesso ha anche portato al forte ruolo propulsivo dell’UE assieme a Stati Uniti e Cina nella Conferenza di Parigi (COP21) del dicembre 2015.
Creare stabilità nel vicinato affrontando tutti gli aspetti delle destabilizzazioni è stato quindi indicato come obiettivo prioritario, ma alle ambizioni non hanno fatto seguito azioni, impiego di strumenti e risultati ad esse commisurati.

La strategia globale dell’Unione Europea e i suoi seguiti
Malgrado le disaffezioni e i fattori che le hanno determinate, esaminati nei precedenti paragrafi, una spinta ad un maggiore impegno delle istituzioni europee in materia di sicurezza e di difesa è venuta dal voto britannico sulla Brexit e dall’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Da un lato sono venuti meno i freni costantemente posti dal Regno Unito in questo campo, e dall’altro le imprevedibilità di Trump e le incertezze da lui poste in merito alla solidità della garanzia incondizionata americana nei confronti degli alleati spingono l’Europa a “prendere maggiormente in mano il proprio destino” secondo le parole della Cancelliera Merkel. Ma questo in un contesto di scarsa coesione dei paesi europei in materia di politica estera, come in altri settori, che di fatto impedisce i reali salti qualitativi necessari a dare concretezza a quanto avviato. Pochi giorni dopo il referendum britannico l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, presentava al Consiglio Europeo del giugno 2016, che la adottava, la Strategia Globale (SG)  dell’Unione Europea. I toni sono più preoccupati di quelli tutto sommato di orgoglio e soddisfazione ai limiti del trionfalismo della SES di tredici anni prima, nella quale con la consapevolezza di poterle affrontare si esaminavano le minacce all’Unione dipanatesi poi negli anni successivi. La nuova strategia fa stato dei gravi pericoli interni ed esterni che corre l’Europa, in preda ad una “crisi esistenziale” che “rimette in questione il progetto europeo”, mentre alle minacce esterne già precedentemente individuate si aggiungono i rischi per la tenuta sociale e politica dell’Unione derivanti dagli effetti dall’accentuarsi dei conflitti nell’area mediorientale e da una inadeguata gestione delle pressioni demografiche dal vicinato e in particolare dall’Africa. La promozione di condizioni di pace e stabilità nel vicinato e la garanzia della sicurezza dei cittadini europei sono quindi indicati come obiettivi assolutamente prioritari in un contesto nel quale sicurezza interna ed esterna, dentro e fuori i confini, sono sempre più tra loro legati. A questo scopo sono tra l’altro indicati come essenziali il perseguimento su scala globale degli obiettivi dello sviluppo sostenibile come declinati nell’Agenda 2030, di un sistema degli scambi aperto ed equo basato su regole in grado di assicurarlo, di un sistema di sicurezza collettiva nel quale abbia un ruolo una capacità europea in materia di difesa in stretto collegamento con i suoi partners a partire dalla NATO, facendo leva sul suo approccio integrato civile-militare alla gestione dei conflitti e sul sostegno a forme di cooperazione e governance regionale. E tutto questo tenendo sempre a mente che valori e interessi europei sono tra loro strettamente collegati.
Coerentemente con tali indicazioni, e andando successivamente oltre in materia di difesa essendo venuti meno i condizionamenti britannici, è stato riaffermato che l’UE debba dotarsi di autonomia strategica e quindi di una capacità di agire autonomamente nel proprio vicinato e possedere i mezzi operativi e industriali necessari a farlo. Su questa scia, nell’ambito del concetto di condivisione e messa in comune (“pooling and sharing“) affermato da diverse sessioni del Consiglio Europeo a partire dal 2013 senza grandi seguiti, sono state affermate l’esigenza di disporre di una struttura europea permanente per la pianificazione e la conduzione di operazioni militari, di una forza multinazionale europea permanentemente disponibile per lo svolgimento di operazioni di gestione delle crisi, di un sistema comune di formazione, di un crescente impegno nella cyber security, nelle capacità navali e nell’intelligence, dello sviluppo di una base industriale e tecnologica strategicamente autonoma sostenuta da un apposito Fondo europeo di difesa, da incentivi fiscali e sostegni alla ricerca con un potenziamento dell’Agenzia europea per la difesa e con tutte le loro ricadute sul piano civile.

E’ stata quindi avviata una cooperazione strutturata permanente in questi campi, con molti partecipanti, nel cui ambito si stanno definendo progetti tra gruppi più ristretti di paesi, che sono però assai distanti dai salti di qualità e di quantità richiesti.

Integrazioni differenziate
Una volontà di andare verso una maggiore integrazione, sia sul piano degli assetti, con aperture inedite anche nel campo della deterrenza nucleare, che su quello industriale, è stata espressa sul piano bilaterale da Francia e Germania nel Trattato di Aquisgrana firmato nel gennaio del 2019 dal Presidente Macron e dalla Cancelliera Merkel. Vi è il rischio che si determinino percorsi escludenti altri paesi, ma anche l’opportunità che come verificatosi in altri momenti della storia dell’integrazione europea quanto anticipato nell’ambito di intese bilaterali sia poi la base di progressi collettivi. Basti pensare alle intese Schumann-Adenauer, la cui portata fu immediatamente colta da De Gasperi, che diedero vita alla CECA, al Trattato dell’Eliseo che anticipò tra i due paesi quanto poi realizzato sul piano comunitario, alle intese Colombo-Gensher tra Italia e Germania che aprirono la strada all’Atto Unico, e all’accordo di Saint-Malo tra Chirac e Blair dal quale nacque quanto realizzato negli anni successivi in materia di sicurezza e difesa. Il Trattato di Aquisgrana è alquanto fastidioso per l’Italia in quanto afferma in un atto di tale solennità il sostegno francese, peraltro non nuovo, all’acquisizione di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte della Germania e l’archiviazione della prospettiva di un seggio europeo, da tempo sostenuta dall’Italia e accolta seppure un modo ambiguo anche dalla Germania. Che quest’ultima entri permanentemente nel CdS è peraltro una ipotesi alquanto remota anche per i collegamenti con le parallele pretese di Giappone, India e Brasile e le opposizioni incrociate che queste incontrano. Ma è probabile che il suo inserimento nel Trattato derivi anche dall’attuale isolamento del Governo italiano, che ha tra l’altro accantonato la prospettiva di un trattato italo-francese analogo a quello franco-tedesco, e dalle irritazioni suscitate da comportamenti di suoi esponenti.
La grande sfida che ora si pone è quella di definire politiche comuni, con la volontà di perseguirle, sulle situazioni di crisi dalle quali possano derivare minacce per la sicurezza dell’Unione Europea. Quando ciò si è verificato in passato, anche a volte al prezzo di faticosi compromessi per comporre priorità e sensibilità diverse, i paesi europei hanno potuto far sentire in modo efficace e non velleitario la propria voce e il proprio peso ed hanno potuto salvaguardare loro interessi comuni nei Balcani, in Medio Oriente, in Africa e altrove, impiegando gli strumenti civili e militari a propria disposizione e coinvolgendo alleati e partners ai livelli dei paesi e delle organizzazioni internazionali e regionali.
Vi sono molteplici strumenti civili e militari predisposti negli scorsi anni e parzialmente testati. Occorre ora la volontà politica per definire le linee di azione strategica di cui farne uno strumento.
Questo riguarda situazioni come quelle della Libia, della Siria, dell’Ucraina, dei rapporti con l’Iran, con la Russia e la Turchia, del conflitto israelo-palestinese, delle modalità di lotta al terrorismo, della proliferazione di armi di distruzione di massa, della postura rispetto a crisi specifiche come quella venezuelana o ad altre che potrebbero emergere, della salvaguardia dell’indispensabile rapporto transatlantico, scosso dall’attuale Presidenza americana, nel cui ambito occorre coniugare autonomia strategica europea e comunanza di interessi, di valori e di garanzie di sicurezza tra i due pilastri del mondo occidentale. Questo concerne anche temi come la lotta ai cambiamenti climatici e la regolamentazione del commercio mondiale, le cui incidenze sulla sicurezza di tutti sono cruciali e per i quali occorre un rinnovato contesto di azione comune transatlantica e un quadro globale nel quale confrontarsi e auspicabilmente collaborare con i grandi attori emergenti.
In tutto questo l’Italia deve riacquistare un ruolo credibile di proposta e di azione come ha spesso avuto nel secondo dopoguerra, adoperandosi per evitare protagonismi futili e a volte dannosi e avendo ben chiaro che i suoi fondamentali interessi nazionali non sono perseguibili, se non in modo episodico e marginale, al di fuori dei contesti europeo, transatlantico, e di un efficace multilateralismo.
È sempre più evidente tuttavia la consapevolezza che i progressi verso una unione sempre più stretta anche nella politica estera e nella difesa possono realizzarsi in una prima fase soltanto tra un limitato numero di paesi che lo vogliano, in grado di approntare e utilizzare gli strumenti istituzionali e finanziari necessari, tra i quali una capacità fiscale e di spesa, con risorse proprie e controllo democratico. Sarebbe bene che l’Italia ricostituisca le condizioni per esserne fin dall’inizio una parte attiva.

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Maurizio Melani
Link Campus University

 

Il debito pubblico: quali vie d’uscita?

di Giampaolo Galli

febbraio 7th, 2019 by Fuet in Economia europea / Economia italiana / Finanza pubblica

È opinione condivisa che l’elevato livello del rapporto tra debito pubblico e Pil rappresenti un forte elemento di fragilità per l’economia italiana e che tale rapporto vada dunque ridotto. Ma le opinioni differiscono su come questo obiettivo possa essere perseguito. Le soluzioni che sono state prospettate possono essere così elencate.

1. Aggiustamento “ortodosso”. Ciò avverrebbe attraverso un aumento, se possibile graduale, dell’avanzo primario dai livelli attuali
(intorno all’1-1,5 per cento del Pil) verso il 3,5-4 per cento del Pil, il che sarebbe coerente nel medio periodo- e per almeno qualche anno-  con l’obiettivo del pareggio di bilancio.

2. La soluzione del “denominatore”.  C’è chi pensa che la riduzione del rapporto di debito non richieda un aumento dell’avanzo primario, ma debba contare unicamente sull’effetto “denominatore”, la crescita del Pil. Questa soluzione ha due declinazioni radicalmente diverse:

a. “mettere più soldi nelle tasche degli italiani”, ossia ridurre, anziché aumentare, l’avanzo primario.
b. Attuare le riforme strutturali necessarie per restituire competitività alle imprese: burocrazia, giustizia, infrastrutture ecc.

3. Soluzioni tramite “asset e liability management”. L’idea è che valorizzando o vendendo il patrimonio dello stato si possa abbattere rapidamente il debito pubblico. Altri, piuttosto che contare su operazioni di asset management di questo tipo, contano su operazioni di liability management, ossia l’emissione di titoli più appetibili ai cittadini italiani che fornirebbero una base di investitori più affidabile degli investitori esteri.

4. Repressione finanziaria. Questa soluzione ha molte declinazioni, ma tutte comportano che vengano introdotti controlli sui movimenti di capitali con l’estero e che gli operatori residenti sostengano il Tesoro italiano acquistandone, con operazioni più o meno forzose, i titoli.

5. Ristrutturazione del debito. Questa opzione, come noto, è oggetto di discussione nei mercati e nelle cancellerie europee: se ne è discusso nei mesi scorsi nella forma di una clausola di ristrutturazione automatica dei debiti dei paesi che facessero domanda di sostegno all’ESM.

6. Imposta patrimoniale. Questa soluzione viene spesso evocata in contrapposizione alla ristrutturazione del debito pubblico in quanto considerata più equa (colpisce chi ha i patrimoni, non chi ha investimenti sotto forma di titoli di Stato) e non penalizzante proprio nei confronti di chi ha dato fiducia allo stato italiano.

7. Mutualizzazione dei debiti pubblici nell’ambito dell’Eurozona. Anche questa soluzione ha molte declinazioni. Si segnala un recente paper dell’ufficio studi della Banca d’Italia che prova ad avanzare un’ipotesi di mutualizzazione parziale che non dovrebbe comportare oneri a carico dei paesi più virtuosi (M. Cioffi et al, Occasional Papers, Jan. 2019).

8. Uscita dall’euro. C’è chi ritiene che il problema del debito non esisterebbe se l’Italia uscisse dall’euro e potesse contare sulla possibilità, da parte della Banca d’Italia, di stampare moneta, riducendo quindi il tasso di interesse sul debito pubblico o, se necessario, utilizzando la macchina da stampa per finanziare il deficit o ripagare il debito che giunge a scadenza.

Ognuna di queste soluzioni ha dei pro e dei contro, che andrebbero studiate partitamente, anche alla luce delle esperienze fatte in molti altri paesi.

È anche utile chiedersi cosa succederebbe se il problema non fosse affrontato: può esistere un default ordinato? Oppure ogni default non può che essere caotico sul piano finanziario e anche dirompente sul piano sociale e politico? L’argomento è rilevante anche perché non si ha esperienza di casi di default in paesi avanzati con risparmio di massa. La Grecia è il caso che più si avvicina all’Italia, ma anche in Grecia la detenzione di titoli di Stato, direttamente o tramite gestioni, era assai meno diffusa di quanto non sia oggi in Italia.

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Giampaolo Galli

Vicedirettore dell’Osservatorio Conti Pubblici, Università Cattolica di Milano

 

Big data, industria 4.0 e politiche pubbliche

di Patrizio Bianchi

Il mondo che cambia

Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione industriale, che viene descritta con immagini sempre più accattivanti di robot dagli occhi languidi e macchine umanoidi che sostituiscono uomini robotizzati.
Una rivoluzione però è qualcosa di più delle forme che questa prende. Cambia la produzione, cambiano i consumi, cambia la vita di ognuno di noi e nel contempo la vita di noi tutti insieme. Il mondo cambia perché cambiano i confini che lo descrivevano. Alla fine della Seconda guerra mondiale il mondo appariva diviso rigidamente in due grandi aree, con propri circuiti economici, politici e militari, mentre al margine ne rimaneva un Terzo mondo residuale e frammentato. Questo mondo contrapposto finisce con il secolo scorso, il tormentato ’900, e proprio da quel Terzo mondo sono emersi nei primi anni di questo secolo nuove leadership che hanno riaperto i giochi economici, portando nell’economia mondiale produzioni e mercati fino ad allora sconosciuti.
Contestualmente emergono nuovi modi di porre in relazione le persone e queste con le imprese, le istituzioni, le università. Il mondo per ognuno di noi è cambiato; ognuno di noi nella propria casa, in ogni momento, è informato di ciò che avviene dall’altra parte del mondo ed ognuno di noi è al centro di una rete di relazioni in connessione continua con persone sparse nelle più diverse parti del mondo. Ognuno di noi produce e consuma dati al punto che i dati diventano la nuova materia prima ed il nuovo collante di questa società liquida ed a tratti liquefatta.

I dati come nuova materia prima

Alla base di questa trasformazione sociale sta un cambiamento profondissimo nella stessa struttura della produzione. Se il carbone era la materia prima della Prima rivoluzione industriale, e l’acciaio e poi il petrolio delle fasi successive, oggi la materia prima sono i dati che ognuno di noi produce in continuazione, telefonando, andando in auto, accendendo internet, acquistando un bene o un servizio qualsiasi. Egualmente rilevanti sono i dati che le istituzioni producono nelle loro funzione di amministrazione della vita collettiva; le scuole, gli ospedali, i tribunali ed ogni altro momento di gestione delle relazioni sociali ed economiche diventano produttori in continuo di informazione sui comportamenti di ognuno di noi, tracciando le nostre azioni in ogni istante, e nel contempo in ogni momento possono offrire un quadro dei movimenti dell’intero corpo sociale. Infine ci sono i dati che le imprese stesse generano, dal momento in cui un prodotto viene pensato fino al momento in cui quello stesso prodotto viene preso dal consumatore finale, tracciando percorsi che passano attraverso tutte le fasi del processo produttivo, dal disegno iniziale fino alla distribuzione finale.

Commercio di beni e scambio di dati

La fase attuale è descritta dall’andamento dei commerci internazionali. Nella lunga fase di cambi stabili, dal 1948 al 1971, gli scambi erano limitati ai paesi della Europa occidentali e al nordamerica, poi infine al Giappone. Paradossalmente nella fase successiva, in piena instabilità monetaria, si avvia una fase di grande crescita degli scambi internazionali, anche dovuto allo svilupparsi di un commercio intraindustriale che era l’evidenza di una crescita di global value chain che vedeva grandi imprese dislocare le diverse fasi in paesi diversi, in ragione dei vantaggi di costo che le diverse localizzazioni potevano offrire.
Questa tendenza cresce fino all’inizio del nuovo secolo quando il commercio dei beni fisici si riduce al crescere dello scambio di dati, non solo fra persone ma soprattutto fra imprese.

La crescita di questi dati operativi permette di interconnettere in tempo reale imprese che operano in paesi diversi, offrendo ai diversi mercati prodotti personalizzati adeguati alla domanda sviluppatasi in quel contesti.

Produrre beni personalizzati ma in grandi dimensioni diviene il vero carattere fondante della nuova produzione che noi definiamo “Industria 4.0″ per evidenziarne in carattere di frattura rispetto alle precedenti fasi dello sviluppo industriale.
Si apre cosi una fase nuova che chiameremo di Digital globalization, in cui al movimento delle merci fisiche si sovrappone, o meglio diviene sovraordinato un movimento di dati, che rappresentano sempre più spesso il vero valore aggiunto della produzione.

Industria 4.0, Rinascimento della manifattura e nuove infrastrutture di sistema

Sta emergendo così un rinascimento della manifattura che coincide con una quarta rivoluzione industriale. La produzione si può organizzare a livello globale, ripartendo le diverse fasi operative nei diversi contesti locali in ragione degli specifici vantaggi operativi, solo se rimane saldamente unitaria la gestione dei dati e dei codici di decifrazione, che tengono insieme la complessità del sistema produttivo.
La digitalizzazione della produzione e dei servizi implica un profondo ripensamento della organizzazione industriale, che porta con se’ lo sviluppo di stock e di flussi di dati ad una velocità che cresce esponenzialmente, e che richiede lo sviluppo di competenze e tutele che debbono essere formate e fornite alle imprese, ma anche alle istituzioni, con la stessa velocità degli sviluppi tecnologici che la motivano.
Una nuova rivoluzione industriale quindi richiede un ripensamento dell’intera organizzazione di un Paese, per evitare che questa trasformazione segni un nuovo divario fra i territori in cui operano imprese dinamiche ed i territori, che rimangono al margine dei processi di globalizzazione.
In questo contesto cambiano anche le infrastrutture di base necessarie per lo sviluppo delle imprese, che vogliono divenire leader di questa nuova rivoluzione industriale.
La prima rivoluzione industriale con la introduzione della macchina a vapore liberava gli opifici dall’obbligo di localizzarsi presso i fiumi, ma richiedeva reti ferroviarie per garantire un flusso continuo di carbone per alimentare con continuità la nuova fabbrica centralizzata e ferrovie per distribuire i prodotti finiti e così facendo generava una infrastruttura che cambiava la stessa vita collettiva.
Nella produzione di massa fordista la produzione di energia elettrica diveniva un bisogno per garantire lo sviluppo di produzione di grande scala e così si generava una infrastruttura che modificava le stesse città trasformandone la vita.
La nuova industria, basata su una produzione digitalizzata in grado di produrre in continuo beni personalizzati, e’ centrata sulla generazione ed elaborazione di dati, richiedendo nuove infrastrutture per lo sviluppo, che avranno a loro volta un peso sostanziale per disegnare la nuova società della iperconnessione continua.
Lo sviluppo dei dati prodotti dalla pubblica amministrazione diventano in questo cruciali per gestire questa trasformazione. Cambiamento climatico, salute dei cittadini, gestione delle città sono luoghi in cui le amministrazioni centrali e locali raccolgono i dati dei comportamenti dei cittadini, potendone dare una visione di insieme necessaria per sviluppare un paese che nel suo insieme possa crescere equilibrato.
Carattere fondante di questa nuova industria è il rapporto tra produzione e ricerca. nella produzione fordista questa relazione era lineare e dispersa in un lungo periodo di tempo e di istituzioni, vi era una fase di ricerca teorica, a cui si aggiungeva una successiva fase di ricerca applicata, dopodiché vi era una lunga fase di preproduzione ed infine di messa in linea.

Big data per le nostre imprese

Questo sviluppo della digitalizzazione dei processi e nel contempo delle capacità di supercalcolo diventano un elemento cruciale per lo sviluppo della industria italiana, proprio perché la nostra industria è composta da una vasta rete di piccole e medie imprese operanti in mercati internazionali offrendo beni di alta qualità e caratterizzate da uno stile che è riconosciuta come “Made in Italy”.
Le imprese italiane si sono affermate ai massimi livelli internazionali partendo da tradizioni di un artigianato, basato su straordinarie competenze e manualità e nel contempo su un’altrettanto rilevante capacità di ascolto da parte dei consumatori, per i beni di consumo, e delle imprese, per i beni di investimento.
Dopo il lungo periodo di un modo di produzione basato sulla standardizzazione dei beni, che aveva posto al margine lo stesso artigianato, si è giunti ora ad un modello di produzione che tende ad accoppiare le capacità di personalizzazione proprie dell’artigianato con i grandi volumi, che i mercati globali richiedono.
La digitalizzazione della produzione permette di tracciare lo sviluppo dei prodotti dalla loro progettazione fino al cliente finale; la capacità di gestire grandi volumi di questi dati, aggiunti ai dati che caratterizzano la stessa configurazione del del cliente finale permette ad esempio la gestione remota della manutenzione delle macchine di produzione – ad esempio le stampanti tridimensionali – garantendo anche a localizzazioni lontane, tipicamente direttamente poste vicino al mercato finale, la continuità della produzione.

Il nuovo potere delle piattaforme

Big data per le imprese vuol dire gestire una crescente varietà di prodotti personalizzati sulle richieste di una varietà di clienti, localizzati in contesti diversi, ma vuol dire anche conoscere le preferenze, ed anzi a guidare, plasmare , predeterminare le preferenze dei consumatori, e più latamente pilotarne gli stessi stili di vita.
Qui si apre un capitolo ancor più inquietante, cioè la capacità delle piattaforme di intermediazione dei dati di acquisire, appropriarsi e controllare una quantità di dati individuali, caratterizzanti la nostra vita, che diventano un nuovo potere di mercato, che sempre più diventano anche un nuovo potere politico, in grado di condizionare la nostra vita collettiva, inficiando le stesse regole della democrazia.
Amazon, Google, Facebook, Istagram, whatsapp e le altre sorelle sono riuscite in meno di quindici anni ad affermarsi come i nuovi pilastri di un potere le cui dimensioni eccede no la giurisdizione di ogni singolo stato nazionale, ponendo in discussione lo stesso concetto di antitrust, cioè di garanzia che uno stato può offrire a tutela della concorrenza e dei diritti dei consumatori.

Le nuove infrastrutture

In questo contesto per sostenere lo sviluppo del Paese e più ampiamente della intera Europa diviene necessario garantire infrastrutture di ricerca e sviluppo che sappiano gestire nell’interesse del paese questa marea crescente di informazioni. Infrastrutture quindi che siano in grado di sviluppare modalità di ordinamento e fruizione di tali dati, così da poter giungere ad un utilizzo efficiente di questi volumi di dati da parte delle imprese e delle istituzioni, e soprattutto siano in grado di stimolare la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie, per sostenere una innovazione aperta, che permetta uni sviluppo al riparo da nuovi monopoli.
Il nostro paese possiede una rete di centri di raccolta e elaborazione di Big Data significativo. Questa rete è stata creata principalmente ad uso scientifico, ma oggi diviene il motore e il sistema nervoso dell’intera società italiana.
Le università italiane condividono un consorzio, il Cineca, nato per gestire dati amministrativi ed ora potente macchina di ricerca, che convoglia ormai non solo la maggior parte dei dati del sistema scientifico nazionale, ma anche i dati, le elaborazioni e le proiezioni di alcuni fra i maggiori player nazionali, come l’Eni.
La Fondazione della conferenza dei rettori ed il CNR del resto hanno dato vita al Garr, che è la rete nazionale della ricerca. lo stesso Cnr possiede una serie notevole di laboratori in cui masse di dati sono già disponibili per grandi linee di utilizzo.
L’Infn- l’istituto nazionale di fisica nucleare, l’istituto nazionale di astrofisica, e gli altri enti pubblici di ricerca costituiscono già i perni di reti internazionali di ricerca e di elaborazione di dati, che necessariamente debbono costituire la piattaforma di una nuova visione dell’economia.
È questo apparato di ricerca, che assieme con le nostre università costituisce la grande infrastruttura necessaria allo sviluppo di una industria pienamente in grado di inserirsi al meglio nella nuova Industrie 4.O.
Tuttavia questo immenso patrimonio non ha evidenza nel paese e non gioca il ruolo propulsivo che dovrebbe avere in un paese che deve ritrovare un sentiero di crescita economica e di sviluppo civile.
L’esperienza tedesca dimostra come occorrano interfacce con i sistemi produttivi, in grado di tradurre le potenzialità di ricerca in opportunità di produzione, in altre parole non solo il Max Planck Institut, l’istituto nazionale delle ricerche, ma anche il Fraunhofer Institute, cioè il luogo della diffusione e dell’incontro fra ricerca e industria, sono i perni di un Sistema industriale che dispone di una possente industria medium-tech, all’interno della quale le attività high diventano leader di una trasformazione dell’intero sistema industriale.
L’Industria 4.O ha bisogno di una solida ricerca accademica e di adeguate interfacce industriali, di competenze in grado di evolversi rapidamente, e nel contempo di una rete nazionale “big data / big science” che ne sorregga gli sviluppi di lungo periodo.

Il tecnopolo di Bologna e l’hub europeo Big data

Le reti big data in Italia si incrociano per motivi storici su Bologna, qui vi è la sede del Cineca, snodo di tutte le università italiane, qui vi è la sede del sistema di supercalcolo dell’Infn, che fra l’altro serve anche il Cern di Ginevra, qui si incrociano con il nodo Garr anche le attività dei principali centri nazionali di ricerca, tanto che il 70 per cento del flusso dati per la ricerca transita per il nodo di Bologna. A Bologna giunge ora anche il data-center della Agenzia europea per le previsioni meteorologiche oggi a Reading.
L’azione in corso, promossa dalla Regione, collocherà questi centri di supercalcolo nel tecnopolo nella Manifattura Tabacchi disegnata da Pier Luigi Nervi nel 1952 ed oggi a nuova vita come hub della ricerca big data a servizio del Paese e del sud Europa.
Questo snodo avrà come mandato la ricerca nel settore del cambiamento climatico e dell’ambiente (vi sarà tra l’altro la nuova sede dell’Enea), della produzione industriale (vi sarà il nuovo Competence center Big data for Industry 4.0) del Ministero dello sviluppo, la salute ( con il data center e le biobanche del Istituto Ortopedico Rizzoli, IRCS dedicato allo studio tra l’altro ai nuovi materiali biocompatibili).
Il Big Data Technopole di Bologna diviene quindi, in piena continuità con le nostre università, lo snodo di una rete infrastrutturale necessaria per il riposizionamento dell’intero Paese nel nuovo contesto aperto e competitivo.
Questo polo in via di costruzione tuttavia ha senso solo nel quadro di una azione europea e nazionale che leghi fra di loro i diversi poli di una nuova rete infrastrutturale, che consolidi le tracce di un nuovo sviluppo. Ricordo che a livello europeo questo cetro è connesso nella rete che vede il centro tedesco di Julich, il centro di Parigi, e di Barcellona, che rappresentano nel loro insieme l’asse portante di un assetto che deve servire l’intera Europa. Il rischio di non coglierne la rilevanza o peggio rimanerne esclusi rischia di porre seri pregiudizi sullo sviluppo della nostra ricerca e della nostra stessa economia. Egualmente questo polo deve intendersi come parte di una ricostruzione del sistema nazionale della ricerca che vede certamente le sedi dei nostri istituti di ricerca, a partire dal Cnr, Enea, Infn,Inaf, Ingv, dell’Iit, ma anche delle nuove aggragazioni industriali che si stanno agglomerando nel paese e in tutto il SudEuropa.

I dati sono strumenti

Tuttavia i dati sono strumenti, che servono solo se si ristabiliscono obiettivi sociali che l’intera comunità possa condividere, senza il timore che proprio il controllo dei dati costituisca la base di nuovi poteri più o meno occulti. Ricostruire obiettivi di sviluppo equo e condiviso e garanzia delle tutele dei nuovi e vecchi diritti dei cittadini diviene quindi la vera necessita’ per un uso adeguato di dati, che possono essere il nuovo mare in cui prendere il largo oppure l’abisso in cui naufragare.

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Patrizio Bianchi
Università degli Studi di Ferrara

 

Perché occorre declinare produttività insieme a benessere

di Gloria Bartoli

La produttività totale, ovvero l’efficienza di un’economia, è la causa della crescita degli standards di vita.  Per questo ci preoccupiamo quando cresce poco o non cresce, poiché pone un’ipoteca sul benessere futuro. La produttività totale dei fattori in Italia è tornata a crescere dal 2015 al 2017.  Questa crescita è stata accompagnata dalla crescita dell’occupazione, che è andata però nei settori a più bassa produttività (e salari).  Questo capita anche in altri paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna e abbassa la produttività del lavoro e la quota del lavoro sul PIL

Sono tanti gli ostacoli alla crescita della produttività in Italia: quelli interni alle imprese e quelli esterni. Occupandoci qui dei primi, l’ostacolo maggiore è la taglia delle imprese. Il valore aggiunto per addetto più che raddoppia nelle imprese più grandi rispetto alle più piccole e nelle imprese integrate nell’economia globale (esportatrici) rispetto alle imprese che non esportano. A questo aumento della produttività corrisponde l’aumento dei salari.

Anche la produttività del lavoro è cresciuta a circa la metà del tasso di crescita pre-crisi in tutti i settori, in particolare nel settore manifatturiero in tutti i paesi avanzati.  Ma l’Italia è penultima, davanti solo alla Grecia.

Anche gli investimenti per ora lavorata, sia di capitale tangibile (come fabbricati e mezzi di trasporto) che intangibile (come brevetti, licenze, formazione) sono diminuiti rispetto a prima della crisi. Questo riflette anche l’aumento dell’occupazione. Il migliore andamento degli investimenti in prodotti di proprietà intellettuale promette migliori performances future.

La produttività totale resta debole ovunque per a) carenze nelle capacità imprenditoriali e manageriali delle piccole imprese e nelle skills dei dipendenti b) perché i posti di lavoro aumentano nei settori meno produttivi con l’ulteriore conseguenza che la concorrenza tra i lavoratori con minori professionalità tiene bassi i salari. Questa dinamica della produttività del lavoro è accentuata dall’immigrazione unskilled e dall’invecchiamento della popolazione nei paesi avanzati.

Tra i tre settori che hanno perso il maggior numero di lavori in tutti i paesi avanzati ce n’è almeno uno ad alta produttività.  Negli Stati Uniti tutti e tre.

Invece quattro settori hanno aumentato l’occupazione nel periodo 2010-16: sono settori con produttività del lavoro bassa che l’aumento degli occupati ha fatto ulteriormente abbassare. Tra questi settori: ristoranti, attività di assistenza medica e domestica. Solo in Francia tra i tre settori con maggior aumento di occupati c’è quello di consulenza legale, contabile e manageriale che è ad alta produttività.
In tutti i paesi avanzati si conferma che I salari più alti sono correlati alla maggiore produttività del lavoro. Purtroppo, più lavori sono stati creati nei settori a bassa produttività, quindi con remunerazione al di sotto della media, riducendo così la quota dei salari nell’intera economia. Tra il 2010 e 2016 in Francia il 90% dei nuovi lavori sono in settori con salari sotto la media, 2/3 in Germania e oltre ¾ negli Stati Uniti.  Qualcuno pensa ai gilet gialli?

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Gloria Bartoli
Non-resident Senior Fellow FUET

 

La caduta della produttività

di Luigi Paganetto

IMF ha pubblicato uno studio sulla Slowing Global Productivity (2017), in cui si sostiene che circa il 40% della bassa crescita dei paesi avanzati è legata alla riduzione della produttività totale che, a sua volta, risente molto dell’insufficiente innovazione. IMF suggerisce, come rimedio, policy in cui investimenti ed innovazione hanno un ruolo preminente.

Figura 1: Cyclically Adjusted Total Factor Productivity Growth, 1990-2014 (Annual average, percent)

Fonte: Penn World Table 9.0; EU KLEMS and World KLEMS data; Furceri, Çelik, and Schnucker (2016); and IMF staff calculations.

Nel caso dell’eurozona e dei paesi dell’area mediterranea in particolare la bassa crescita della produttività è ancor più pronunciata

Figura 2: TFP growth in the euro area, 1970-2017 and projections for 2018-2027 (Index: 1970=100)

Fonte: 1970-2016 based on the November 2017 release of the Conference Board Total Economy

In Italia la produttività totale ha avuto un andamento sostanzialmente piatto dalla metà degli anni ’90, come emerge dai dati Istat riportati nel grafico che segue:

Figura 3: Produttività totale dei fattori, valore aggiunto e input produttivi. Totale economia
(Anni 1995-2017, indici base 2010=100)

FonteISTAT, Statistiche report, Anni 1995-2017, Misure di produttività, 6 novembre 2018

Nota: Le attività di locazione dei beni immobili, di famiglie e convivenze, delle organizzazioni e organismi internazionali e tutte le attività economiche che fanno capo al settore istituzionale delle Amministrazioni Pubbliche sono escluse dal campo di osservazione.

Anche se la  caduta del tasso di crescita della produttività ha aspetti peculiari per il nostro Paese, la sua interpretazione si inserisce in un quadro in cui  il cambiamento indotto dalle nuove tecnologie (ICT) non ha mantenuto le promesse che avevano fatto ritenere che esse sarebbero state capaci di esercitare un’ influenza decisiva  sulla crescita delle economie avanzate. Il dibattito sul perchè le aspettative non siano state realizzate oscilla tra la tesi di chi come Gordon (2016) ritiene che si tratti di un fenomeno permanente collegato al venir meno della stagione delle grandi invenzioni  e chi ritiene si tratti di un fenomeno temporaneo  destinato ad essere superato nel momento in cui gli avanzamenti nell’uso dell’intelligenza artificiale o di altri cambiamenti tecnologici apriranno nuove prospettive per la crescita della produttività (Brynjolfsson and McAfee 2014). C’è anche chi, come Haskel (2017), ritiene che  la recente crescita (vedi tabella seguente) della “economia intangibile” potrebbe giocare un ruolo importante per la crescita della produttività.

Figura 4: Quote di investimento tangibile e intangibile del PIL

Fonte: J. Haskel, S. Westlake, Productivity and secular stagnation in the intangible economy, Voxeu.org, 31 maggio 2018

Haskel ritiene sulla base delle misure che ha condotto sulle proprietà degli investimenti in “intangibles” mostrano che la loro efficacia sarà evidente al momento in cui i Governi metteranno in essere le istutzioni necessarie a far funzionare un’ economia “intangibile”.
È chiaro che molte altre sono le circostanze che influenzano la produttività a cominciare dal funzionamento e la struttura dei mercati e delle Istituzioni, per continuare con l’andamento del ciclo, dagli andamenti demografici, dai caratteri del mercato del lavoro e dalle sue riforme, dall’abbondanza o insufficienza degli skills disponibili, per finire con la maggiore o minore integrazione dei mercati e degli scambi internazionali (IMF 2016).
Il punto centrale è che, mentre si discutono sofisticate alchimie di Governance come quelle proposte dai 7+7 economisti franco-tedeschi, non si affronta l’insoddisfacente andamento della TFP e del Pil nell’area dell’eurozona.
Una delle principali ragioni è stata l’incapacità di provvedere ad una politica fiscale per l’insieme dei paesi dell’area dell’euro. Senza un’adeguata politica fiscale in comune le recessioni risultano più profonde e la disoccupazione maggiore. Un altro elemento di fragilità dell’area euro è la forte divergenza e la lentezza degli aggiustamenti nell’andamento di prezzi e salari, che lascia i paesi più deboli esposti alla deflazione.
Ciò si traduce per la Germania in un eccesso di avanzo commerciale e bassi investimenti, per l’Italia in una bassa crescita della produttività totale.
Ma quello che conta di più è la mancanza di un bilancio comune, che consentirebbe di disporre delle risorse necessarie all’offerta di quei «beni pubblici», a cominciare da investimenti produttivi in comune, che molto potrebbero contribuire a produttività e crescita. Senza dimenticare gli investimenti su difesa e sicurezza e gestione dell’immigrazione, di cui i cittadini europei sentono sempre più la mancanza. Occorre affrontare l’insoddisfazione dei cittadini europei sviluppando, nell’ambito dei beni pubblici, anche il pilastro dei diritti sociali, che solo di recente ha ricevuto la necessaria attenzione. Esso tanto più potrà procedere quanto più si riuscirà ad aumentare il basso tasso di crescita dell’area dell’euro, caratterizzata da molti anni dall’insoddisfacente andamento della produttività totale.

L’Osservatorio su Produttività e Benessere della Fondazione Economia Tor Vergata, intende monitorare i contributi su tutti questi diversi aspetti delle determinanti della produttività, guardando anche all’altro lato della medaglia, rappresentato da quanto la produttività sia capace di coniugarsi con il benessere delle collettività.

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Luigi Paganetto
Presidente Fondazione Economia Tor Vergata

 

Perché declinare produttività insieme a benessere

di Gloria Bartoli

La produttività totale, ovvero l’efficienza di un’economia, è la causa della crescita degli standards di vita. Per questo ci preoccupiamo quando cresce poco o non cresce, poiché pone un’ipoteca sul benessere futuro. La produttività totale dei fattori in Italia è tornata a crescere dal 2015. Questa crescita è stata accompagnata dalla crescita dell’occupazione, che è andata però nei settori a più bassa produttività e quindi bassi salari. Si tratta di un fenomeno che è presente anche in altri paesi come Francia, Germania, Stati Uniti e che contribuisce ad abbassare la produttività del lavoro e la quota del lavoro sul PIL. Il “lavoro che impoverisce” a causa dell’insufficiente retribuzione è alla base del conflitto sociale che è esploso in Francia. La quota del lavoro sul PIL è un indicatore della disuguaglianza dei redditi: di per sé non mina la coesione sociale perché se la produttività totale cresce, anche l’ascensore sociale funziona. Se invece la crescita è anemica e la crescita potenziale ristagna, anche il tessuto sociale e politico di un paese ne risente.

L’Osservatorio per la Produttività e il Benessere della Fondazione Economia dell’Università “Tor Vergata” di Roma, in collaborazione con l’ISTAT, affronta i temi cruciali per una crescita che come la marea faccia salire tutte le barche. L’apertura dei mercati, la cosiddetta globalizzazione crea povertà per molti e profitti per pochi? La tecnologia “mangia” lavori? Risposte solidamente fondate su studi ed esperienze esistono, così come le misure e le istituzioni che permettono la crescita inclusiva. La newsletter presenta il quadro della produttività in Italia oggi e la confronta a ciò che avviene negli altri paesi avanzati. Mal comune mezzo gaudio. I link sono al sito dell’Osservatorio dove tutti gli argomenti relativi alla produttività totale verranno trattati –alcuni già lo sono, come le differenze dovute al grado di efficienza della pubblica amministrazione locale e la sorprendente relazione tra robot e disoccupazione.


vedi dati ISTAT, Misure della produttività (nov. 2018)

Sono tanti gli ostacoli alla crescita della produttività in Italia. La tavola Istat qui sotto mostra uno dei più importanti: la taglia delle imprese. Il valore aggiunto per addetto più che raddoppia nelle imprese più grandi rispetto alle più piccole e nelle imprese integrate nell’economia globale (esportatrici) rispetto alle imprese che non esportano. A questo aumento della produttività corrisponde un aumento dei salari, mentre i profitti aumentano di più nella classe 50-249 addetti.

Confronti internazionali [1]

In tutta l’area OCSE la produttività del lavoro è cresciuta a circa la metà del tasso di crescita pre-crisi in tutti i settori, ma in particolare nel manifatturiero.


Anche gli aumenti di capitale per ora lavorata, sia di capitale tangibile che intangibile, sono diminuiti rispetto a prima della crisi. Questo riflette l’aumento dell’occupazione, ma anche la riduzione degli investimenti, in particolare in beni tangibili. Migliore l’andamento degli investimenti in prodotti di proprietà intellettuale che promettono migliori performances future. Anche la TFP resta debole ovunque per le ragioni che abbiamo illustrato nell’articolo: https://www.firstonline.info/lavoro-e-innovazione-ecco-che-cosa-frena-la-produttivita/

Quattro settori hanno contribuito all’aumento dell’occupazione nel periodo 2010-16, ma sono settori con produttività del lavoro bassa che l’aumento degli occupati ha fatto ulteriormente abbassare. Tra questi settori, ristoranti, attività di assistenza medica e domestica. Solo in Francia tra i tre settori con maggior aumento di occupati c’è quello di consulenza legale, contabile e manageriale che è ad alta produttività. Tra i tre settori che hanno perso il maggior numero di lavori, in tutti i paesi avanzati ce n’è almeno uno ad alta produttività. Negli Stati Uniti tutti e tre.

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[1] Questa sezione fa riferimento al Compendium on Productivity 2018 dell’OCSE

Se pesiamo la produttività del lavoro in ogni settore con la quota degli occupati del settore nell’economia totale, possiamo estrapolare l’effetto dell’aumento della produttività nel settore dall’effetto static shift  ovvero dello spostamento dei lavori in settori a più bassa o alta produttività e dall’effetto dynamic shift  che misura la riallocazione delle risorse nell’economia: è positiva se l’aumento dell’occupazione avviene nei settori a maggior crescita della produttività.

Infine, anche a livello OCSE si conferma che I salari più alti sono correlati alla maggiore produttività del lavoro. Purtroppo, più lavori sono stati creati nei settori a bassa produttività, quindi con remunerazione al di sotto della media, riducendo così la quota dei salari nell’intera economia. Tra il 2010 e 2016 in Francia il 90% dei nuovi lavori sono in settori con salari sotto la media, 2/3 in Germania e oltre ¾ negli Stati Uniti.  Qualcuno pensa ai gilet gialli?

 

Italia in Europa: le idee per uno sviluppo sostenibile

gennaio 28th, 2019 by Fuet in Books / Economia / Economia italiana

Italia in Europa: le idee per uno sviluppo sostenibile

Eurilink

Gennaio 2019
pp. 490
Collana: Campus Conference Proceedings — 58

ISBN: 978–88-85622–39-5

collana: Istituzioni

ISBN: 978–88-85622–24-1

AA. VV., a cura di Luigi Paganetto

Il libro raccoglie i saggi presentati dai componenti del “Gruppo dei 20 — Revitalizing Anaemic Europe”, ispirati al tema della sostenibilità dello sviluppo in Italia ed Europa.

Il volume si apre con la questione delle politiche sociali, particolarmente rilevante in un’Europa che voglia guardare alla sostenibilità dello sviluppo e, in particolare, a sanità, pensioni e welfare. L’idea è che l’Europa nata attorno al pilastro della politica della concorrenza e del mercato unico ha bisogno di guardare alle politiche sociali che, per il momento, sono a competenza quasi esclusiva degli Stati membri della UE. La seconda parte è dedicata alla governance europea e, in particolare, alla sostenibilità delle differenze dello sviluppo che si sono via via accentuate all’interno dell’Unione europea. L’attenzione è rivolta, soprattutto, alle politiche di coesione e alla loro capacità di attenuare le loro differenze. La terza parte è dedicata alle politiche fiscali e al problema dei deficit pubblici, insieme alla sostenibilità del debito. La quarta parte, infine, è rivolta alla politica degli investimenti e al ruolo del territorio e dell’innovazione che, in un mondo caratterizzato da profondi cambiamenti tecnologici e commerciali, sono decisivi per un’Europa che voglia realizzare uno sviluppo sostenibile.
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Autori:
Maria Ludovica Agrò, Mauro Aliano, Mauro Annunziato, Michele Bagella, Gloria Bartoli, Rocco Cangelosi, Lorenzo Codogno, Tullio Fanelli, Giampaolo Galli, Franco Gallo, Adriano Giannola, Paolo Guerrieri, Marco Leonardi, Martino Lo Cascio, Mauro Marè, Maurizio Melani, Marcello Minenna, Luigi Paganetto, Ivana Paniccia, Giuseppe Pennisi, Carmelo Petraglia, Giovanni Piersanti, Maria Prezioso, Edoardo Reviglio, Giuseppe Roma, Nicola Rossi, Dominick Salvatore, Pasquale Lucio Scandizzo, Federico Spandonaro, Giovanni Tria, Carlo Trigilia, Andrea Urbani.

 
 
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